The Codebreaker #51 – “Semplicemente” Daniel Bryan

Con lo Shield che regna sovrano, lo stato fisico di HHH e le questioni familiari a tenere banco in quel di Raw, il nuovo feud a distanza tra CM Punk e Chris Jericho a riproporsi in primo piano, il push di Curtis Axel che convince solo in parte, sicuramente non si fatica a riempire le pagine dei giornali, o gli spazi dei media online.

In tutto questo contesto però un personaggio, un uomo, un wrestler è riuscito a ritagliarsi il proprio spazio, confermando tutte le qualità insite nel suo dna, la capacità di aver colmato buona parte delle lacune umanamente superabili e una grandissima dote di adattarsi alle situazioni, storyline e alle attitude. Mi sto riferendo a Daniel Bryan. Potrebbe trattarsi dell'inizio di una fase d'involuzione, se gli osservatori si limitassero esclusivamente a giudicare i risultati ottenuti nelle ultime settimane, con alcuni schienamenti subiti contro lo Shield e soprattutto la perdita dei titoli di coppia dopo 8 mesi di regno.

Se ci fermassimo alla sostanza, o meglio all'apparenza sarebbe fin troppo semplice giungere a tali conclusioni, ma, a mio modesto parere, la realtà è molto più complessa, ricca di sfaccettature meritevoli di analisi. Daniel non può nulla sull'altezza, può migliorare ma non sarà mai destinato a diventare un super muscoloso, le sue qualità sono e resteranno per sempre rappresentate da un immenso bagaglio tecnico, un'invidiabile velocità, un orgoglio mai domo e quel pizzico di sana follia già di per se meritevole di autentiche e sincere standing-ovation.

Nonostante gli importanti risultati ottenuti nelle federazioni “minori” e un valore oggettivamente visibile agli occhi di qualunque osservatore, il suo arrivo in WWE aveva provocato in molti addetti ai lavori sia perplessità, che critiche, alcune prevenute, altre simbolo di incompetenza. Ci stanno le preferenze, le opinioni personali, i gusti soggettivi, ma sulla qualità di un lottatore tutti, o quasi, dovrebbero essere più o meno d'accordo. Ha fatto la gavetta prima di sbarcare a Stamford, ha seguito costanti step anche all'interno della federazione n°1 al mondo, confermando il perché di tanti apprezzamenti, ma non solo, è andato ben oltre.

Ha funzionato come heel, senza magari essere ricordato negli annali della disciplina ma ha ottenuto risultati positivi, ben oltre le aspettative. Oltre al fisico le critiche riguardavano l'aspetto dell'intrattenimento, indispensabile per sfondare nel wrestling moderno, dove la capacità di bucare lo schermo, coinvolgere e suscitare immediate e importanti reazioni nel pubblico presente nell'arena, offrire mimiche facciali di una certa rilevanza e adattarsi a look spesso e volentieri non invidiati assumono una rilevanza assai notevole. Il team con Kane è stato spesso basato su argomentazioni piuttosto infantili, lo slogan “yes, no”, le gag sulla terapia per gestire la rabbia, ecc, ma entrambi i lottatori hanno dimostrato la propria adattabilità al ruolo, la volontà di superare alcuni limiti con impegno, passione e spirito per la causa.

8 mesi di regno non rappresentano un caso e non sono soltanto giustificati dalla scarsa presenza di alternative degne di nota. Dopo Chris Jericho e The Big Show il team “Hell no” ha rappresentato la coppia più dominante degli ultimi anni in WWE, offrendo buoni risultati sul ring e un successo, in gran parte inaspettato, tra i fan. Soltanto una stable emergente, caratterizzata da un push di dimensioni colossali, composta da lottatori giovani, talentuosi e completi come lo Shield, poteva spezzare il regno e aprire una nuova era nella categoria di coppia. Il “rischio” di un feud tra la Big Red Machine e Daniel Bryan è reale e mi auguro vivamente di non vederlo concretizzarsi in realtà, non soltanto perché in palio non ci sarebbe nulla di rilevante. Innanzitutto per un motivo.

Nelle ultime settimane ho ammirato un Daniel Bryan che se da una parte ha confermato il perché tantissimi appassionati restano incantati ad ammirare la sua tecnica, i voli da una parte all'altra del ring e le sue prese di sottomissione, dall'altra ha mostrato un lato del proprio carattere, un modo di esprimere il wrestling e se stesso, di ritagliarsi uno spazio all'interno del personaggio imposto dai bookers in parte sconosciuti, almeno durante l'esperienza in WWE. Nessuna perdita di tempo, una volta suonato il gong poco spazio alle sciocchezze e alle gag, autentici di spot di Wrestling con la W maiuscola negli ultimi taping.

Un lottatore senza paura di nulla e nessuno, disposto a lottare più volte nell'arco del medesimo show contro avversari fisicamente a lui superiori in maniera netta, ma per tecnica, velocità e gestione del match visibilmente in difficoltà contro il suo talento, la sua rabbia, un ritmo forsennato con pochi precedenti negli ultimi anni, una sana follia, un coraggio talvolta eccessivo e controproducente ai fini del risultato finale, ma meritevole di applausi a scena aperta.

Non a caso nelle ultime settimane durante i suoi match il pubblico è andato in visibilio, è completamente impazzito dinanzi alle sue performance, non sembrava quasi nemmeno wrestling targato WWE annata 2003, piuttosto una splendida eccezione in un contesto non sempre soddisfacente. I suoi pregi e i motivi di critiche, fondate o prevenute, erano ben noti, ma Daniel è riuscito ad andare oltre, ad un certo punto mi ha perfino dato la sensazione per qualche attimo di andare fuori dagli schemi preordinati, lottando facendosi trasportare dal cuore, dalla rabbia agonistica, dalla pazzia, riuscendo praticamente a trasformarsi nel personaggio assegnato, ma contemporaneamente ad essere se stesso.

Un trans agonistico meritevole dei migliori ppv, dei palcoscenici più prestigiosi, dei lottatori più talentuosi, proprio come Daniel Bryan. Spetterà però alla WWE il compito di non bruciare un talento puro e indiscusso e assegnare ai bookers buona parte del suo destino potrebbe anche non essere una grande notizia…

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