The Codebreaker #14 – Emozionarsi per far emozionare

Non soltanto nel wrestling, meglio dire nella vita di tutti i giorni si vive di emozioni, sorprese, sfide, imprese, nuovi stimoli, senza i quali si farebbe prima a chiudere baracca e burattini, non saremmo più noi stessi, si andrebbe avanti esclusivamente per la forza d'inerzia, senza un obiettivo ben definito, optando per il compitino anziché lasciar spazio all'istinto e alla passione.

TLC ha rappresentato il pro e il contro della nostra esistenza, il lato positivo e quello esattamente opposto del nostro sport entertainment preferito, il bicchiere mezzo pieno e il mezzo vuoto della carriera di un atleta, l'adrenalina trasmessa da un pubblico un attimo prima distrutto dalla noia e dalla prevedibilità. Il trionfo di Zack Ryder non era impossibile da immaginare, è stato il giusto completamento di un push fino a poco tempo fa sinceramente inaspettato che ha consentito ad un lottatore da tempo ai margini del roster di diventare il beniamino del pubblico, il personaggio del momento e un campione USA. Stessa cosa si può dire per Daniel Bryan, il quale, dopo aver tentato senza frutto di sfruttare la valigetta contro Mark Henry, ha fatto invece centro ai danni di The Big Show.

Dopo il primo assalto fallito era sensibilmente calata l'attesa in ottica title shot in vista di Wrestlemania, si era capito che l'ex membro del Nexus aveva cancellato la scadenza di aprile dal calendario, ogni occasione era buona per realizzare il sogno di una vita. Qualcuno aveva pensato che ci si potesse trovare dinanzi al primo utilizzo negativo della valigetta, invece anche Bryan non ha deluso le attese, resettando l'orgoglio di The Big Show, il cui regno è durato una manciata di secondi dopo quasi un decennio di lunga attesa e che dire di Mark Henry? Ok infortunato, ma che si è visto sfuggire la cintura, conservata con onore per mesi e mesi, in una sfida dal minutaggio sicuramente piuttosto contenuto per lasciar spazio al terzo incomodo?

Quando un ambiente ti ha dato tanto, ci sei cresciuto dentro, lo ritieni parte integrante della tua gioventù, del tuo modo di essere e di vivere, non è assolutamente facile staccarsi in maniera se non definitiva, almeno chiara rispetto al passato. Un campione, una persona che pretende e assicura rispetto, un atleta che conosce il significato dei termini “dignità”, “onore” e “stima”, comprende da solo quando è il momento di dire “basta”, abbandonare definitivamente il ring almeno nelle vesti di lottatore, magari continuare a dare qualcosa alla disciplina sotto altri ruoli facendo leva sulla propria esperienza, ma allontanandosi in maniera netta dalle luci della ribalta. Non sempre è così, anzi nel wrestling capita spesso e volentieri il contrario, ma per fortuna esistono anche alcune eccezioni positive.

Ne è un esempio Booker T. Passati sei anni dai tempi dello straordinario King Booker e chiusa l'esperienza TNA, la WWE, oltre al ruolo da telecronista, gli ha assegnato un nuovo push da lottatore. Vedremo se si è trattata di una breve esperienza, o se avrà un seguito, intanto il 5 volte campione del mondo WCW ha dimostrato di essersi tenuto in forma, forse non può riprendere la carriera di wrestler a tempo pieno, ma nel frattempo non ha sicuramente problemi ad offrire un match qualitativamente apprezzabile. L'esatto contrario di un Kevin Nash che mi auguro di non rivedere più come wrestler su un ring WWE. Lento, compassato, ampiamente prevedibile, incapace di trasmettere emozioni anche sotto il profilo mimico e gestionale. Spero che la prova sicuramente non esaltante, per usare un eufemismo, di HHH sia stata legata al fatto di rendere la sfida più equilibrata del previsto, perché altrimenti bisognerebbe riflettere sulle condizioni di The Game, arrivato appena al quarto match del 2011.

Il punto di forza del ppv è stato il main event, nel quale, a prescindere dalle grandi gesta dei tre protagonisti sul ring, vorrei soffermarmi a conclusione del mio editoriale sul peso del pubblico. Fino a poco tempo fa un ppv simile era dominato dall'imponente utilizzo di scale, sedie e tavoli finalizzato al lasciare il pubblico a bocca aperta, non esistevano le problematiche attuali: lo show deve essere un prodotto adatto ai bambini, non si può sanguinare, non si possono dare sediate in testa. Si limitano rischi e infortuni, intendiamoci la salute degli atleti va prima di tutto, ok le sediate in testa evitiamole, ma tutto il resto? Soltanto nel main event ci si è leggermente avvicinati a match del passato tipici di ppv con tali stipulazioni. Ritorno al discorso iniziale: emozioni, brividi, adrenalina, follia, sorprese, sfide, nuovi stimoli. Quei minuti all'ingresso di CM Punk nei quali il pubblico ha ripetuto il suo nome sono stati da brivido, emozionanti, coinvolgenti.

Una situazione lontana parente della vecchia ECW, ma certamente non tipica dell'attuale WWE. Vogliamo poi parlare dei cori “Holy Shit” in occasione dei voli di CM Punk e Ricardo Rodriguez sui tavoli? Possono cambiare epoche, stili di lotta, lottatori e concezioni del wrestling, ma bisogna sempre non dimenticarsi di quanto sia fondamentale stimolare e portare il pubblico ad aprirsi e a manifestare la propria passione per questa disciplina. A quel punto saranno i fans a diventare protagonisti, ad emozionare chi sale sul ring e chi assiste allo show da casa, a migliaia e migliaia di km di distanza. Emozionarsi per far emozionare, trasmettere adrenalina per essere noi stessi.

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