Gorilla Position #13 – Personaggi e persone

Story time with Adam Bald. Bay bay. Già, perché quello che la WWE aveva prospettato a Mr. Jenkins pareva essere un restyling del personaggio, un cambio di look, di nome, di ruolo. Karrion Kross naviga tra completini pseudofetish, manager che poi non sono più manager, character che a NXT profumano di dominio e nel main roster di tonno in scatola. Keith Lee cambia soprannome, poi perde il nome, poi rimarrà solo Bearcat. O come vorrà chiamarsi. E in tutti questi casi, il filo conduttore è che, almeno per la WWE, on screen ci va il personaggio. Non la persona.

Ed è una differenza piuttosto marcata rispetto a quasi tutte le altre realtà, che è radicata più in generale nello stacco tra pro wrestling e sport entertainment di cui tanto si parla in tempi moderni. E alla fine gira che ti rigira il tutto si riconduce sempre e comunque all’abilità dei writer nello scrivere gli show. Ma tornando a parlare del tema, la domanda di fondo che mi pongo spesso è: ha ancora senso nel 2021 avere delle gimmick così marcate e che sovrastano il carattere e le qualità di chi le interpreta?

Le risposte possono essere molteplici, a seconda del lato da cui si guarda alla faccenda, ma procedendo con ordine, cosa può pensare un performer/wrestler di tutto ciò? Io sono Adam Cole, ho costruito la mia figura su uno stile, che non è solo quello sul ring. Ho delle taunt, ho un ruolo e un’immagine. E lotto da 14 anni, ho vinto titoli ovunque, sono stato uno degli eroi della ROH, ho retto NXT sulle mie spalle. E ora devo essere “promosso” nel main roster e il piano è tagliarmi i capelli, farmi fare il manager e chiamarmi Adam Bald? Honestly speaking, sentire una proposta del genere farebbe cascare le gonadi a chiunque.

Soprattutto in chi, appunto, ha già uno status, su chi è già riconoscibile presso chi guarda. Su chi ha già un’identità ben precisa. Vi ricordate Kerwin White? Quale genio del male può pensare di riscrivere un personaggio ispanico e a modo suo iconico come Chavo Guerrero, facendolo diventare lo stereotipo dell’americano integralista che gioca a golf e per cui “If it’s not white, it’s not right”? Tralasciando l’assoluta tristezza di una storia di questo tipo, fosse l’unica… Umiliare un proprio dipendente, in modo diretto o indiretto, non è mai la risposta giusta. Ed è uno dei paradossi del wrestling, per cui di fatto io sono di proprietà della compagnia per cui lavoro, che può decidere della mia carriera senza che di fatto io abbia voce in capitolo. Nemmeno la libertà di dimettermi per guardare altrove, tra clausole varie ed eventuali.

Perché non dimentichiamoci che mentre io, che sono un lavoratore dipendente, metto in campo le mie skill e la mia competenza, in un definito orario di lavoro, un wrestler utilizza se stesso. Un wrestler è se stesso. Il proprio corpo, la propria immagine, il meccanismo identificativo con lo spettatore. Ed è un canale diretto e non rimpiazzabile da altro. Non c’è un altro Adam Cole, non è un ruolo per cui puoi fare una job posting. E se tu mi boicotti, volutamente o meno che sia, l’intera mia carriera rischia di esserne compromessa. Basti pensare a quale scempio è stato fatto con Aleister Black. Proposto in un modo, scomparso, proposto in un altro, scomparso, teaser, qualche minuto di nuovo, pronto per il lancio, licenziato.

Per uscire da un loop del genere, devi essere davvero bravo e davvero fortunato. Perché altrimenti rischi davvero di finire nel bidone dell’indifferenziato agli occhi della gente. Solo un altro che non ce l’ha fatta. Uno scarto, per usare un termine che piace sempre. L’aspetto psicologico viene molto spesso erroneamente sottovalutato, a parer mio. La credibilità di un personaggio non dipende solo dalla storia che gli viene data, ma anche e soprattutto dal come viene portato in scena. E se non c’è naturalezza, o proponi la storia del millennio, oppure diventa tutto paradossale e privo di interesse. A maggior ragione nel 2021, quando basta cercare su Google per capire la stupidità di certe storyline. E quando la magia della finzione scenica si è un po’ affievolita rispetto al passato.

Il connubio tra personaggio e persona non è affatto secondario, perché è da questo che dipende il modo in cui noi stessi guardiamo al prodotto. A me capita spesso di chiedermi qualcosa tipo “ok, bene, ma perché questo fa il cretino e cambia nome quando tutti sappiamo che da sempre è…?”. Magari sono io, chiaro. Però anche cambiando parrocchia e passando in AEW, che piacere è stato rivedere Kenny Omega in versione Kenny Omega contro Bryan Danielson? Già in parte ne avevamo visto un assaggio contro Christian Cage ad All Out, ma il match con Danielson è stato un ulteriore passo verso il riappropriarsi del SUO ruolo e del SUO modo di essere wrestler. Che non è quello del pagliaccio. E vedere Punk e Danielson ridere di gusto, perché fanno ciò che gli piace. Perché sono ciò che fanno.

Fermo restando che vale anche l’opposto, ovvero che ci siano personaggi in cerca di un autore. Wrestler che hanno beneficiato dalle gimmick o dalle catchphrase che altri hanno scritto per loro. Ma in tutti questi casi di successo, l’elemento fondamentale è sempre che si è portato in scena qualcosa di naturale. E non contrario od opposto al carattere della persona. Di fronte a capolavori creativi, sempre giù il cappello e occhi bene aperti. E nell’attesa dei miracoli anche per questo mese è tutto!

Andrea Samele
Laureato in filosofia, amante della creatività, della scrittura e del suono musicale di una chop. Appassionato di wrestling di lunga data per la capacità di creare personaggi e storyline in grado di coinvolgere gli spettatori. Per Tuttowrestling.com curo l'AEW Planet.
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