Recensione di Fighting With My Family #75

Amiche ed amici di Tuttowrestling, oggi è un'occasione un po' diversa. Da quando il mondo è diventato sempre più multimediale, il wrestling è riuscito a permeare ancora di più a vari livelli in tutto l'entertainment e uno degli ultimi film dei WWE Studios ne è la dimostrazione: “Fighting With My Family” (sciaguratamente trasposto in “Una Famiglia al Tappeto” nella versione italiana), ha raggiunto un discreto successo in tutto il mondo e, forse, è riuscito ad accorciare un po' le distanze con chi il wrestling non lo mastica. Non abbiamo la pretesa di fare una critica cinematografica, siamo sicuri che altrove ne troverete di valide e centrate, ma il film regala alcuni spunti interessanti da approfondire: proviamo ad addentrarci insieme.

Come probabilmente sapete, il film racconta la storia dell'ascesa di Paige in WWE, dagli inizi fino all'esordio con tanto di vittoria del Divas Championship a Raw (non abbiamo fatto spoiler, vero?). Il film si limita a quest'arco temporale, non andando oltre, e ovviamente salta alcuni passaggi e ne modifica di altri. La pellicola si concentra di più su Saraya Bevis (vero nome di Paige) e la sua famiglia, il loro rapporto e la loro vita prima e durante la sua consacrazione; non a caso la sinossi muove a partire dal documentario sulla famiglia Bevis intitolato “The Wrestlers: Fighting with My Family”, realizzato da Max Fisher nel 2012. Il film aggiunge dunque il periodo ad NXT e il debutto, non presenti perché ancora non avvenuti nel documentario, ma senza tradirlo. Il focus principale resta infatti su Saraya e i membri, tutti wrestler, della sua famiglia, i loro rapporti e le loro tensioni, i loro problemi e il loro micro-universo quasi totalmente introiettato nel mondo del pro-wrestling. Chi si aspettava una cronaca o dei retroscena sulla vita di Paige o sui suoi problemi fortunatamente resterà deluso.

Il piatto forte del film è questo: parla di wrestling al wrestling. Il film non racconta la storia di Paige come un qualsiasi speciale sul WWE Network ma mette lo spettatore di fronte alla realtà quotidiana di questo mondo. Racconta di Julia (un Lena Headey difficile da immaginare per i fan de “Il Torno di Spade”) e Patrick Bevis (un Nick Frost poco più che da compitino ma sempre credibile), della loro redenzione attraverso il wrestling e delle difficoltà della loro famiglia, legate a doppio filo con la loro piccola promotion di Norwich. Il mondo della famiglia Bevis, con Saraya (interpretata da un'ottima e somigliante Florence Pugh) e suo fratello Zak (Jack Lowden, sorprendente in alcune fasi drammatiche) che allenano, si allenano e si esibiscono nella palestra di famiglia, la piccola World Association of Wrestling che tira a campare. Un racconto di famiglia sullo sfondo quotidiano di un wrestling che non è quello sbrilluccicante delle major, ma quello di Union Jack che accetta di ricevere una palla da bowling nelle parti basse e dei ragazzini per i quali la scuola di wrestling è un'alternativa alla strada. Nel film viene raccontata con lo stesso misto di ironia e realtà sia la difficoltà di una famiglia come i Bevis nel rapportarsi con un mondo che mette il wrestling alla berlina, sia nelle difficoltà di tutti i giorni del vivere alla periferia di una città come Norwich. Il personaggio di Zak in particolare, dal rifiuto ai provini in poi, diventa il tramite perfetto per illustrare tutta la polvere che c'è sotto il tappeto: l'olio che ingrassa gli ingranaggi, fatto di persone che lo fanno per passione e non per soldi, che vivono sull'orlo del baratro nella coesistenza tra il loro personaggio sul ring e l'essere un padre di famiglia, del pubblico che ti tifa a 1 metro di distanza, senza transenne né regole; la consapevolezza di non farcela, continuando a nutrirsi di quello che si ha qualche sera a settimana. Uno scorcio sul mondo del wrestling più genuino, quello da cui passano tutti prima di arrivare in cima ma da cui pochissimi riescono a spiccare il salto. Non ci sono retoriche o patine, a proposito di questo. Non ci sono nel rifiuto reiterato a Zak e non ce n'è traccia nell'ammissione del fittizio allenatore di NXT Hutch Morgan (Vince Vaughn col pilota automatico ma costantemente convincente) di essere stato niente di più di un jobber che si è rovinato la vita, forse per niente. Non c'è il racconto di qualcosa che lo spettatore-fan non sa: conosce la carriera di Paige e conosce anche cosa c'è dietro, nei gradini più bassi del mondo dello sport-entertainment. La differenza la fa però finire a dirselo, completando idealmente lo spettro accennato anni fa da “The Wrestler” con Mikey Rourke.

Sotto il ring, il film diventa un classicissimo romanzo di formazione a tema sportivo. Con una spolverata di ballata britannica, la storia dietro il wrestling, quella di Paige in sé, è qualcosa di già visto. Un meccanismo drammatico rodato di fall & rise, dalle stalle proletarie alle stelle dello mondo sempre sognato, passando per sacrifici, crisi esistenziali, sconfitte e momenti di scoramento che concorrono alla composizione dell'eroe. La redenzione dell'underdog Paige segue linee tutto sommato schematiche, ritrova sé stessa dove non basta il talento ma ci vuole la forza di volontà; nulla che non abbiate già visto se avete guardato almeno un film di questo tipo da “Rocky” in poi, insomma. Non che la cosa squalifichi, semmai è il telaio su cui imperniare il resto: una scelta facile, per vestirla d'altro, ammiccando ai fan (non solo coi cameo di Big Show e Sheamus, per esempio) e anche con la sua declinazione al femminile, quanto mai di moda dentro e fuori la WWE. Allora la differenza viene fatta nello strato superiore: il film sposa i toni della commedia con dialoghi serrati e frizzanti, persino sboccati, accompagnati da comportamenti logici e veri, con un riscontro reale. Questo permette ai personaggi di drammatizzare nei momenti clou senza mai risultare eccessivi, ma solo compatibili col vissuto dello spettatore, che ritrova in loro le proprie reazioni ai problemi del mondo fuori dalla sala. Questo non vale per dare al film più responsabilità di quante se ne prenda. Non è l'opera definitiva sul wrestling, né vuole avvicinarcisi. Viene sicuramente sfruttato a pieno il vantaggio di giocare in casa e infatti le scene “in-ring” e affini sono impeccabili; ma d'altro canto la storia ha il grosso merito di raccontare una componente fondante di questo ambiente senza mai prendersi troppo sul serio. Questo gli permette di abbattere tante barriere e risultare potabile oltre le citazioni di Clothesline e Sunset Flip: chi guarda non ha bisogno di sapere cosa sia il Divas Championship (a proposito, complimenti a Zelina Vega che ha interpretato una AJ Lee davvero somigliante), chi sia The Rock o cosa valga la chiamata in Florida per Saraya. È il film a dirglielo senza bisogno di escluderlo. Chi ama il wrestling ne apprezza i richiami, chi non lo segue si limita a divertirsi e disperarsi seguendo il racconto di una famiglia tremendamente inclusiva – chiedere alla famigliola digiuna di wrestling davanti a me in sala per credere.

Inutile dire che le note dolenti ci sono. Sarebbe inutile stare qui a citare le imprecisioni e le licenze narrative: The Rock, produttore del film, non ha ovviamente mai incontrato Paige e suo fratello durante i tryout di Londra (Paige viene scelta per la FCW nell'agosto 2011, The Rock all'epoca ritornato da poco, era assente da luglio e si sarebbe rifatto vedere solamente ad ottobre); nel film vengono ignorate le esperienze precedenti dell'inglese, ad esempio in Shimmer, nonché totalmente annullato il tempo ad NXT e il suo regno da prima NXT Women's Champion della storia. Eccetera, eccetera. Semmai a far storcere il naso è stato il passaggio al mercato italico. Sicuramente in lingua originale quasi inesistenti, dal momento che la WWE ha prodotto il film, come per molti altri film e serie tv il doppiaggio in italiano ha invece causato qualche foro al timpano di troppo. A cominciare dall'orribile scelta del titolo, che tradisce il significato originale del documentario e quindi dell'annesso biopic. Parlo da VERO e grande fan del doppiaggio italiano: anche superando la difficoltà di sentire voci a cui siamo abituati, come quella di The Rock, doppiate, nello studio di doppiaggio nessuno aveva evidentemente neppure un amico che avesse anche solo visto due puntate di SmackDown! su Italia 1 con Giacomo “Ciccio” Valenti e Chris Recalcati. Gli inciampi sono tanti, laddove bastava pochissimo per evitarli. Un po' come dev'essere bastato del semplice buon senso a citare la O2 Arena di Londra come: «O-two Arena», sarebbe stato altrettanto sufficiente chiedere a un bambino qualsiasi che abbia Sky in casa se si pronuncia davvero «WrestleManìa» per esempio. Oppure aprire una pagina a casaccio di Tuttowrestling.com per rendersi conto che nessuno, nemmeno quando da ubriaco litiga con gli amici su chi sia più forte tra Adam Cole e Johnny Gargano, potrebbe mai dire: «Paige è arrivata all'NXT» o «Questo è l'NXT». Se dovete ancora vederlo, inoltre, vi consiglio di tapparvi le orecchie durante la telefonata di The Rock alla famiglia di Paige in cui, per provare a convincerli che è realmente Dwayne Johnson, intona le sue tipiche catchphrases. Davvero, vogliatevi bene, non fatevi questo. Tradurle non ha aiutato gli spettatori non del settore a caprile, non tradurle avrebbe almeno regalato secondi gustosi ai wrestling fan. Sono piccoli dettagli e vero, ma che erano facilissimi da correggere e avrebbero fatto una grossa differenza. Un'ulteriore passo di considerazione e serietà. Ma forse, visti i precedenti alle nostre longitudini, val la pena accontentarsi.

In conclusione è un film che vale assolutamente la pena vedere, soprattutto se siete qui su questo sito. Lo sguardo collettivo al proprio mondo che è riuscito a dare dimostra che si può illustrare bene il wrestling anche al cinema. Forse un piccolo, ulteriore inizio nell'inversione di tendenza per cui – citando altri – dal wrestling si arriva al cinema, ma raramente il cinema riusciva ad arrivare al wrestling. Un bel picco che ci piacerebbe chiamare abitudine, perché noi per primi sappiamo quante altre storie sarebbe bello vedere trasposte nella settima arte nel modo corretto e che creerebbe una bella contaminazione tra due mondi vicini ma spesso paralleli sui contenuti. Oltre a questo, c'è il piacere di ripercorrere, almeno in parte, la strada di una lottatrice che abbiamo perso dalle scene troppo presto. A tutti piacerebbe che Paige avesse avuto più fortuna, in tante cose; fu difficile non emozionarsi e rimanere sorpresi quando vinse o quando cominciò la famosa Women's Revolution tra NXT e il main roster e dunque non può lasciare indifferenti “rivivere con lei” questo piccolo, grande sogno.

Daniele La Spina
Una mattina ho visto The Undertaker lanciare Brock Lesnar contro la scenografia dello stage. Difficile non rimanere incollato. Per Tuttowrestling: SmackDown reporter, co-redattore del WWE Planet, co-presentatore del TW2Night!. Altrove telecronista di volley, calcio, pallacanestro, pallavolo e motori.
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