Piper’s Pit #2 – La Guerra fredda del wrestling

Nuova puntata di “Hot Rod!” e oggi ci occupiamo di una vicenda che ha occupato storyline di assoluto rilievo negli anni '70 e '80 in tutte le federazioni statunitensi: vale a dire la Guerra fredda tra USA e URSS.

Dopo la Seconda Guerra Mondiale il mondo venne di fatto spartito in due enormi blocchi, uno con a capo gli statunitensi e l'altro con a capo i sovietici. Negli anni '50 e '60 e nella prima metà degli '80 il conflitto arrivò a livelli alquanto critici che portarono l'umanità sull'orlo della guerra atomica.
Il wrestling, naturalmente sempre attento a sfruttare l'attualità per creare interesse, ha ovviamente cavalcato questa situazione di tensione politica, allo scopo di creare eroi da amare e cattivi da odiare.
Per comprendere meglio gli avvenimenti che stiamo raccontando bisogna premettere che stiamo parlando di un'era pre internet e nella quale il pubblico non era per nulla smaliziato. Inoltre negli Stati Uniti Ronald Reagan definiva l'Unione Sovietica “L'Impero del Male” e da decenni era in corso un'opera sistematica di descrizione dei russi come personaggi quasi alieni e diabolici, quindi un simile storytelling applicato al wrestling non poteva che rivelarsi un successo.
La prima federazione ad utilizzare la Guerra fredda in una importante storyline fu l'allora WWWF: nel 1970 fece debuttare un barbuto personaggio comunista, Ivan Koloff, detto “The Russian Bear”. Ovviamente lui, come nessuno degli altri personaggi di cui parleremo, aveva minimamente a che fare con l'Unione Sovietica, ma al pubblico la cosa non importava minimamente, sempre che se ne rendesse conto. Koloff, senza la sua gimmick spietata, non avrebbe mai potuto ambire al titolo mondiale, ma alla WWWF serviva un campione di passaggio tra Bruno Sammartino e Pedro Morales (entrambi idoli delle folle) e quindi nessuno era più adatto dell'Orso Russo per un regno di passaggio. Così il 18 gennaio 1971, al Madison Square Garden di New York, Koloff sconfisse il campione italiano. Leggenda vuole che il pubblico rimase per minuti in un silenzio irreale. Ovviamente Koloff perse solo 21 giorni dopo il titolo contro Morales, perché alla lunga le storyline dovevano sempre rimettere i russi al proprio posto e rendere felici gli americani.
Successivamente Ivan passò nella NWA dove formò la stable dei Russians, insieme al “nipote” Nikita Koloff e a Krusher Kruschev, avendo ruoli di assoluto prestigio tra il 1984 e il 1986. Sul finire degli anni '80 i rapporti tra le due superpotenze andarono sempre più migliorando, grazie ai buoni rapporti tra Reagan e Gorbaciov, e la NWA ebbe l'idea di turnare Nikita face, facendolo diventare un beniamino del pubblico, pur mantenendo il suo costume con tanto di falce e martello. La NWA in quei tempi osava di più con il suo pubblico rispetto alla WWF, quindi tentò questa strada che sembrava difficile a Stamford, dove era ancora predominante il mito assoluto dell'eroe americano alla Hulk Hogan.
Fu però proprio in WWF dove la “Guerra fredda del wrestling” raggiunse il proprio apogeo. L'ex olimpionico yugoslavo di lotta greco-romana Josip Peruzovic fuggì in Canada nel 1967 per dedicarsi quasi subito al wrestling, grazie al leggendario Stu Hart. Ben presto assunse il nome di Nikolai Volkoff e raggiunse fama mondiale nel 1984, quando iniziò a lottare in coppia con l'iraniano The Iron Sheik. La WWF così trovò il modo di fare alleare i principali nemici degli USA e scatenare su di loro l'odio feroce del pubblico. Volkoff si presentava sul ring con la bandiera dell'URSS e iniziava a cantare l'inno sovietico, con il pubblico che lo subissava di fischi nel migliore dei casi e di sputi e oggetti nel peggiore. Fu il periodo di maggior successo per lui, feudando anche con Hulk Hogan. Successivamente formò insieme a Boris Zhukov il tag team dei Bolsheviks. Ma nel mondo la situazione politica stava cambiando e i sovietici non facevano più davvero paura, anche se la WWF non ebbe il coraggio avuto dalla NWA. Infatti fu solo dopo la caduta del Muro di Berlino che Volkoff si trasformò all'istante in un face, iniziando a cantare l'inno americano. Il declino della sua carriera coincise proprio con un'epoca di stravolgimenti nel mondo e anche il wrestling stava cambiando. Per qualche anno si pensò ad un'era di nuova pace, ma fu solo un'illusione. Anni dopo il conflitto con il mondo islamico provò a essere inserito nelle storyline, ma il pubblico ormai era molto diverso, certe dinamiche più delicate e, giustamente, anche la WWE intraprese altre strade, anche se, alla bisogna, il mito del russo cattivo va sempre bene, ecco così che il bulgaro Rusev può diventare un fedele alleato di Putinper qualche tempo.
Concludiamo con una curiosità: nella recente serie tv Netflix “GLOW”, basata su una compagnia di wrestling femminile nella Los Angeles degli anni '80, le due amiche protagoniste interpretano proprio le gimmick dell'eroina americana e della perfida sovietica, sintomo di un'era che ha inciso davvero molto nelle menti degli spettatori.
Per oggi con “Hot Rod!” è tutto. Appuntamento fra due settimane!
“I have wined and dined with kings and queens and I've slept in alleys and dined on pork and beans.”

Roberto Vacca
Appassionato di calcio, golf, musica e sottoculture, seguo il wrestling dagli anni '80. Sull'argomento ho pubblicato il libro "Storie dalla terza corda".
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