Piper’s Pit #16 – Ten Bell Salute

Benvenuti al numero di agosto di “Hot Rod!”, la rubrica che ogni mese analizza il lato pop del wrestling. Oggi prendiamo in esame il lato più triste della nostra amata disciplina, vale a dire il travagliato rapporto tra il wrestling e la morte.

Ogni appassionato di wrestling, in misura molto maggiore rispetto agli appassionati di altri sport, e' ben conscio che la possibilità che un lottatore muoia prima del tempo sia molto elevata, vuoi per qualche evento luttuoso, vuoi per una tragica malattia. Perché, ahinoi, siamo più preparati di altri a tutto questo? Difficile, se non impossibile, trovare una risposta certa, ma sicuramente possiamo formulare alcune ipotesi concrete. Benché i media italiani vi facciano bere la fesseria che “il wrestling e' tutto finto”, noi sappiamo benissimo che ciò non corrisponde assolutamente a verità. Predeterminare l'esito degli incontri significa forse che le manovre atletiche non siano realmente eseguite? E qui non si utilizzano stunt-men come nei film… Ed e' evidente come decenni di “bump” possano portare il fisico all'estremo. Se poi nella WWE attuale si cerca di contenere la cosa, lo stesso non si può certo dire che avvenga in moltissime delle federazioni indipendenti sparse per il mondo.
Non si può nemmeno infilare la testa sotto la sabbia come gli struzzi poi: il problema steroidi e pain killers (per lenire i dolori provenienti dai “bump” prima citati) sono stati una piaga devastante per l'industria del wrestling. In seguito al celebre scandalo degli anni ‘90 la WWE ha dovuto necessariamente istituire una policy un po' più severa, ma stiamo pur sempre parlando di un'azienda privata che tende a non far trapelare quasi nulla all'esterno, quindi possiamo davvero giurare sull'accuratezza di questi programmi? Ovviamente speriamo di sì, ma in ogni caso anche qui resisterebbe tutto il mondo al di fuori da Stamford.
Inoltre, a differenza di quasi tutti gli altri sport, il wrestling non ha una off season. Si lavora praticamente 300 giorni l'anno, essendo praticamente sempre in viaggio, una situazione molto simile a quella delle rock band. Infatti anche tra i lottatori sono assai numerosi i casi di depressione ed abuso di alcool e droghe, aggravati dall'avere spesso situazioni familiari disastrate. Consideriamo poi che, in proporzione, non sono poi tante le superstars a potersi permettere una vita agiata e una situazione economica scevra da preoccupazioni. Per tanti il relativo benessere finanziario e' solo passeggero e, al termine della carriera, ci si trova a navigare a vista.
Questo triste editoriale mi è venuto in mente lo scorso 29 luglio quando, nel giro di poche ore, ho appreso della scomparsa di Brian Lawler, Nikolai Volkoff e Brickhouse Brown. Lawler, figlio di Jerry The King meglio conosciuto come Grandmaster Sexay, pare essersi impiccato in carcere all'età di 46 anni, dopo l'ennesimo arresto per guida sotto l'effetto di sostanze. Volkoff e' morto all'età di 70 anni in seguito ad una lunga malattia e, da bambino negli anni ‘80, fatemelo ricordare come uno degli heel migliori della storia. Brickhouse Brown invece se ne è andato a causa di un cancro alla prostata all'età di 57 anni.
Ora però non vorrei nemmeno far sembrare troppo funesta la situazione: un po' come in tutti i campi ora c'è maggior consapevolezza dei rischi e più informazione. Gli stessi atleti spesso arrivano da famiglie meno disastrate e conducono vite meno al limite, sapendo quando fermarsi. Menti superiori come HHH, John Cena, The Rock e Kane (tanto per citare i primi che mi sono venuti in mente) hanno usato il wrestling come trampolino di lancio delle proprie vite e possono sicuramente fungere da esempi positivi per i più giovani. Certo non tutto è risolto e la strada è ancora in salita, ma speriamo un giorno di poter parlare al passato di questi problemi.
Per oggi è tutto, ci rileggiamo a settembre!
“I have wined and dined with kings and queens and I've slept in alleys and dined on pork and beans.”

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