GPOrder #118 – Uno strano confine

Esiste un unico elemento che accomuna tutto il Wrestling WWF-WWE che abbia mai visto, dai tempi delle corde rosso, bianco e blu e delle gimmick esasperate all’ultima puntata di Raw vista poco fa: Vincent Kennedy McMahon.

Vince nel corso di questo trentennio ha ricoperto on screen ruoli diversissimi: dal telecronista al presidente cattivo, da quello che sembrava un dipendente come gli altri a ciò che è veramente, ovvero il capo capace di decidere tutto su tutti. Lo abbiamo visto realizzare un coscienzioso lavoro al tavolo di commento, perdere i capelli, tradire la moglie, esplodere in auto, regalare quintali di soldi al telefono, avere figli illegittimi, essere vittima di una setta, essere lui a capo di una tirannica corporation, dividere la sua azienda con Ric Flair, riprenderla, andare d’amore e d’accordo con i suoi figli, odiarli al punto di massacrarli sul ring, mettere una toga e giudicare il suo ex nemico Eric Bischoff, odiare a morte Steve Austin, abbracciare, stringere la mano ed allearsi con Steve Austin, combattere l’NWO, riportarla poi in vita… lo abbiamo visto rivaleggiare con l’unico avversario degno della sua grandezza, ovvero Dio!
Dietro le quinte, invece, il suo ruolo è sempre rimasto lo stesso, e ciò che è cambiato è soltanto il volume di affari e le dimensioni della sua azienda. Le sue scelte possono essere state coraggiose o conservative, geniali o stupide, condivisibili o incomprensibili, ma sappiamo tutti che sono state scelte sue, eventualmente al massimo condivise o semi ideate da altri, ma sempre e solo decise in ultima e decisiva approvazione da lui.

Tutti sappiamo che in WWE è sempre stato così, e fino a quando Vince sarà operativo e capace di lavorare sarà sempre e soltanto così. Si può pensare ad una successione familiare oppure alla vendita della compagnia, scenari futuri senza dubbio probabili (praticamente certo il primo, non impossibile il secondo), ma ribadisco solo e soltanto futuri. Tuttavia vedendo la puntata di Smackdown celebrativa dell’incredibile carriera di Triple H mi è inevitabilmente sorta una domanda: quanto è lontano questo futuro?

Senza voler tirare i piedi a nessuno, l’intervento finale di Vince McMahon è stato un qualcosa di diverso rispetto a quanto abbiamo visto fino ad oggi, e principalmente perché per la prima volta si è visto davanti alla telecamera tutto il peso di un CEO che oggi ha comunque quasi settantacinque anni. Il tutto pur comprendendo il contributo che un pesante contesto come quello attuale può aver offerto: con una importante fonte di guadagno come Wrestlemania quasi azzerata, la necessità di fare fronte, come tutte le aziende, all’emergenza coronavirus che sconvolgerà tutti i numeri economici e non ultima la campagna licenziamenti più massiccia della storia della WWE, certamente le ultime settimane di Vince saranno state caratterizzate da ben poco sonno, e tutt’altro che tranquillo. Ma la domanda “Avete mai visto Vince così?” resta, il perché ha una importanza relativa. Non accadrà domani, forse nemmeno tra breve, ma per la prima volta la sensazione del tempo che passa, del non poter essere comunque tutto uguale, l’ho avuta “on screen”, e non con delle riflessioni successive.

Fino a quei pochi minuti di Smackdown, infatti, la vecchiaia del Boss della WWE era al più un feroce accompagnamento delle critiche verso di lui, per carità più che spesso meritatissime. Quante volte abbiamo pensato, vedendo una cattiva idea creativa, che fosse stata il frutto di un Vince ormai bollito ed incapace di tenere il passo? Ben più di una probabilmente. Ma erano come detto riflessioni, critiche a posteriori, pensieri dettati da qualcosa che avevamo visto, non ci era piaciuta e sapevamo che nella stragrande maggioranza dei casi era riconducibile a lui. Ma mai come considerazione diretta di come lo abbiamo visto, di come abbiamo visto la sua persona fisica e non le sue idee davanti alla telecamera. E’ questo il confine che onestamente credo sia stato varcato, ed è un confine che, onestamente, è anche parecchio malinconico.

Sappiamo cosa significhi la WWE per Vince, e come dunque sarà ben difficile che la stessa possa essere affidata in gestione ad altri, e per altri potete davvero intendere chiunque, fino a quando lui sarà in vita; che sia un gesto di estremo affetto piuttosto che un limite decidetelo pure voi, ma oggi si è bruscamente risvegliata la consapevolezza che “then, now and forever” è un concetto che può andar bene per i marchi, non purtroppo per le persone.

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