GPOrder #117 – History will be made

La Wrestlemania più strana di sempre, figlia del periodo della nostra vita più strano, e purtroppo strano è il minimo, di sempre. Impossibile non tenere conto del contesto nell’esprimere un giudizio, così come garantire una uniformità di giudizio rispetto alle edizioni “convenzionali”; non sarebbe né sensato né corretto. Eppure, anche in queste particolarissime circostanze abbiamo avuto delle conferme, positive come negative.

La principale conferma in positivo è che la WWE è per distacco la miglior compagnia di wrestling al mondo, e tra le prime anche in generale, per qualità della propria produzione televisiva. Il Firefly Fun House match, ad esempio, è chiaramente qualcosa di diverso dal wrestling, anche da quel wrestling border line che ha organizzato incontri in parcheggi, cantine, rive di mari e fiumi e quant’altro. Non c’è stato wrestling, ma c’è stato un racconto dedicato al wrestling; un racconto però entusiasmante, crudo e diretto in alcuni punti, autocritico, quasi dissacrante ma al tempo stesso magistralmente girato e prodotto. Un racconto che ha raccontato qualcosa, che è entrato davvero nel vivo di quella che è stata la lunga militanza di John Cena nella WWE, e che ha a mio avviso fatto breccia nel cuore di tutti quegli appassionati più longevi ed affezionati. Non so voi, ma la mia faccia alla fine era la stessa di quella di Titus O Neil, ed ho trovato il tutto semplicemente la parte migliore di tutta questa edizione di Wrestlemania. Ho letto anche diversi apprezzamenti per il boneyard match, anche se devo dire che in questo caso la mia reazione è stata decisamente più fredda: semplicemente l’ho trovato molto più fuori contesto, un racconto romanzato che però aveva più l’aria di una puntata di Walker Texas Ranger con Undertaker nel ruolo di Chuck Norris che un qualcosa legato al mondo del wrestling al di là dei partecipanti. Tornando al discorso fatto sopra, Undertaker è stato protagonista innumerevoli volte di match “particolari”, ma anche i più estremi di tutti per location, ad esempio il boiler room contro Mankind, erano match di wrestling in luoghi e con contenuti bizzarri, non storie accompagnate da musiche e pathos come un qualcosa di girato. Magari apprezzabile, per carità, ma non esattamente legatissimo a ciò che mi aspetterei in uno show del genere. Anche in questo caso, tuttavia, la produzione televisiva è stata di livello elevatissimo.

Una ulteriore conferma ce l’ha data Kevin Owens: area vuota? Poca possibilità di creare “il” Wrestlemania moment? Beh facciamo così, io l’insane bump ce lo metto lo stesso, e poi giudicate voi se è davvero così impossibile! Nessuno come lui ha cercato di tirare fuori il massimo da un match con una condizione così particolare e “memomante” quale l’assenza di pubblico. Orton ed Edge non si sono a loro volta tirati indietro, ma la tipologia del match ha consentito loro una minima “deviazione” con le scene in esterna, una situazione dunque meno complessa di quella che a mio avviso ha affrontato, alla grande, Owens. Interessante il suo promo la sera successiva a Raw, che sia arrivato – finalmente – il mondo di un nuovo giro nel main eventing? Speriamo..

Positivo, poi, anche il ladder match. Pensate solo a quanto sia stato difficile dover comunque organizzare e produrre un match così pieno di spot come quello in un tempo estremamente limitato, considerando le varie defezioni. Non sarà il TLC di Wrestlemania 17, siamo d’accordo tutti, ma in queste condizioni non mi aspettavo davvero una performance così.

Una terza conferma, stavolta tutt’altro che positiva, è la situazione di Becky Lynch: se già prima di Wrestlemania l’impressione “imponiamo la top star con le buone o con le cattive” era particolarmente evidente, dopo questo match e relativa vittoria dell’Irlandese direi che quegli enormi indizi sono ormai una granitica realtà. Ho più volte sottolineato come sia davvero ironico che la Lynch, dopo essere salita alla ribalta proprio grazie alla “ribellione” del pubblico verso scelte di booking decisamente discutibili, oggi paghi le stesse scelte a caro prezzo, finendo per diventare esattamente ciò per la quale le sue principali rivali erano pesantemente fischiate non più tardi di un anno e mezzo fa, con tanto di necessario turn a heel nientemeno che di Ronda Rousey. Paradossale, ma evidente.

Altrettanto evidente, a dir poco, è la disarmante figura messa insieme dai nostri cari part-timer nei rispettivi main event. Due match titolati che insieme sono durati un terzo del match tra Edge e Randy Orton, addirittura il match tra McIntyre e Big Show, trasmesso il giorno dopo ma che la WWE ha “venduto” come disputato la sera stessa di Wrestlemania, ha superato per durata (ed anche qualità) quello tra lo stesso McIntyre e Lesnar. Francamente è stato imbarazzante, e qui sì che le negatività sono state a prescindere dall’assenza di pubblico. Tutti sappiamo l’appeal delle vecchie glorie, tutti capiamo che economicamente si debbano fare certi discorsi, ma possibile che si possa inquinare fino a questo punto addirittura i regni titolati, vedi Bray Wyatt, per proporre cose del genere? Wrestlemania è davvero degna di vedere dei nomi importanti nei match titolati, se poi i match sono di questa misera qualità? E soprattutto, possibile che non ci si renda conto che esitono part timer e part timer? Goldberg è un part timer che in due match ha fatto due figure oggettivamente pietose. Edge ha fatto anche lui due incontri (contando la Royal Rumble), il risultato è stato forse lo stesso? Big Show, che ormai è un part timer anche lui, ha fatto la stessa figura? E francamente poco c’entra la sostituzione del suo avversario all’ultimo minuto, non è difficile prevedere che anche con Reigns le cose non sarebbero affatto migliorate. Leggermente meglio l’incontro finale, non abbastanza però dal non essere in ogni caso giudicato deludente: a parte forse la “sopresa” del kickout di McIntyre al contro di uno sulla prima F5, ma è possibile che qualsiasi match di Brock Lesnar ormai abbia un unico canovaccio, fatto di una serie di finisher e nulla più? E’ così distante il Lesnar che pur da part timer metteva in piedi incontri decisamente più vari e coinvolgenti? Non parliamo del passato remoto, ad esempio della rivalità con Triple H, ma già quando il beast slayer era Seth Rollins le cose erano decisamente diverse, o ancora il suo recente match alla Rumble, tutt’altro che breve, dimostra che forse qualche minuto in più e qualche finisher in meno non sono esattamente lontani dalle corde dell’ex Campione della UFC.

In sintesi la WWE a mio avviso non si è limitata a fare quello che poteva: ha fatto di più, ha prodotto uno show di qualità sorprendente pur con oggettive ed uniche difficoltà, cadendo soltanto in errori che venivano da scelte pregresse che ahimè si sono rivelate il fallimento che era facile prevedere.

Giovanni Pantalone
Super appassionato di wresting dagli inizi degli anni 90, al punto da vedersi, tra WWE e Impact, una trentina di Pay Per View e show televisivi dal vivo in giro per il mondo. Si occupa da sempre di tutta la parte tecnica del sito, compresa la App e la gestione del Forum, ma non disegna sporadici editoriali e comparsate nei podcast.
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