Gorilla Position #5 – Gimmick Match

Revolution, in casa AEW, è stato un buonissimo Pay per view. Non ottimo, ma buonissimo sì. Il finale ha rovinato davvero quello che poteva essere un capolavoro di scrittura. Ma tant’è, shit happens, come si suol dire. Tra gli spunti che ha offerto, c’è anche il tema del Gorilla Position odierno, ovvero i Gimmick Match, incontri a stipulazione speciale.

Il main event che ha contrapposto il campione Kenny Omega allo sfidante Jon Moxley è stato un Exploding Barbed Wire Death Match. Ovvero, un incontro con del filo spinato sparso un po’ ovunque cui erano collegati dei supposed to be esplosivi. Boom, in sintesi. Il punto di non ritorno in una faida davvero bella e a tratti entusiasmante. Un incontro divisivo, polarizzante, dicotomico. Perché c’è chi lo adorerà. E c’è chi lo odierà, così come fu per l’Hardcore Match (per me al limite del capolavoro) che i due ci regalarono un annetto circa fa.

Nella scrittura di una storyline, nella scelta degli interpreti e nella messa in scena di quello che poi è l’incontro sul ring, la stipulazione riveste un’importanza fondamentale. Perché è essa stessa un messaggio, un’impronta. Un marchio e una caratterizzazione che si vuol dare al feud. Prendiamo la faida tra Roman Reigns e Kevin Owens: ci hanno proposto come primissimo match un TLC nell’omonimo PPV. A seguire uno Steel Cage, che già di per sé poteva essere conclusivo per la faida, e un Last Man Standing. Sono tre tipologie che non hanno un’escalation particolare, oltre al fatto che il canovaccio più o meno simile di ogni incontro ha reso il tutto ripetitivo. Nonostante un fantastico Owens, l’impressione è stata che per nascondere gli errori di scrittura si cercasse di caricare un feud monotono con le stipulazioni.

Stipulazioni come Hell in a Cell o I Quit Match, non possono aprire un feud, ma devono servire a mettere la parola fine a rivalità che durano da mesi e che hanno subito un’evoluzione nel corso del tempo. E detesto l’idea che per esempio ci siano PPV a tema, perché la tipologia di match dev’essere una conseguenza di una rivalità. Non deve esserne la direzione forzata. Non devo arrivare in una gabbia perché c’è un PPV ad hoc, ma perché la tensione tra me e il mio avversario ha raggiunto il culmine.

Deve essere, inoltre, una sorta di abito che viene cucito su misura sui due lottatori per aiutarli a rendere al meglio. Non per tarpare loro le ali. Deve valorizzare lo stile di combattimento dei performer invece di invalidarne alcune manovre. Per esempio, inserire Sting in un Ladder match avrebbe un senso prossimo allo zero, vista l’età e vista l’impossibilità a prendere bump da determinate altezze. E ancora, mettere due poveri cristi in uno Scaffold Match significa voler loro del male. Un Lumberjack Match è un’accozzaglia di midcarder messi a fare da sparring in un incontro che per loro è sostanzialmente irrilevante. Per non parlare del mio odio per le Battle Royal, che hanno “non sappiamo cosa fargli fare” scritto come sottotitolo e la cui parola chiave è confusione. Nessuno risalta, in linea di massima, a volte nemmeno il vincitore. 

Ultimo, ma non ultimo, va tenuto in considerazione anche il fatto che alcune stipulazioni sono figlie del tempo in cui sono state create. Ed è il motivo per cui non ero entusiasta alla vigilia di Revolution: nel 2021 l’ultraviolenza a ogni costo è passata di moda. I blade job sono passati di moda. Non perché l’hardcore sia brutto, ma perché dev’essere motivato e non inflazionato. Deve essere coerente con una storia e deve essere gestito con la massima attenzione, perché l’overbooking è sempre dietro l’angolo.

Ritorniamo a Omega vs Moxley: hai venduto questo match come la sfida finale tra i due, in un match dove non c’è un domani. O vinci o sostanzialmente rischi la vita. Non ho apprezzato, per così dire, l’interferenza dei Good Brothers, perché ha rovinato l’epica di quello che era l’apice di una rivalità a due che aveva superato ogni limite di violenza. E non ho apprezzato la stipulazione, perché è diventata più importante dei protagonisti stessi. Il finale è stato un flop clamoroso perché hai pushato l’esplosione, quando sul ring avevi due fenomeni che anche in un classico single match avrebbero potuto tirar fuori un capolavoro.

That said, ecco a voi come di consueto un piccolo viaggetto nella storia del wrestling, con invece le mie tre tipologie preferite di gimmick match.

IRONMAN MATCH

Per me, il massimo della narrativa in una sfida uno contro uno. Due wrestler uno contro l’altro, un tempo limite, chi schiena di più vince. C’è tutto. La psicologia degli heel che spesso accettano di subire un pin per squalifica per usare oggetti contundenti o armi di vario genere. La resilienza dei face che danno tutto sul ring fino al suono della campana. In tal senso, l’Ironman match cui sono più affezionato ebbe luogo nel lontano 2003. Gli amici-nemici Lesnar e Angle feudano da mesi, con la cintura che passa di mano tra i due tra Wrestlemania 19 e Vengeance.

Il capitolo conclusivo (per lo meno per la cintura massima) avviene però a Smackdown!, dove i due danno vita a un incontro appassionante dal primo all’ultimo secondo, con Lesnar che si avvale della sedia d’acciaio per infliggere il massimo del dolore ad Angle, che si trova a inseguire. Sotto 3-1 prima e 5-2 poi, l’Olympic Gold Medallist recupera a suon di German Suplex e Belly to Belly, per poi chiudere con la trademark Ankle Lock per il 5-4. Nuova Ankle Lock, Lesnar che urla, il cronometro che scandisce gli ultimi secondi manco fosse il Capodanno. Ma l’attuale sindaco di Suplex City non cede e riconquista il titolo nella totale disperazione del suo avversario.

ULTIMATE X MATCH

Lasciamo Stamford e atterriamo in casa TNA. La federazione allora di Jeff Jarrett ha come proprio fiore all’occhiello la X Division, caratterizzata da grandi high flyer, incontri spettacolari e dal ritmo frenetico in grado di tenerti incollato allo schermo senza farti mai calare l’attenzione. Nel 2003 viene introdotto per la prima volta l’Ultimate X Match, che trae spunto dal Ladder Match per proporre una struttura con delle torri metalliche ai lati del ring, sulla cui cima dei cavi si uniscono al centro dov’è appesa la cintura o una X rossa. Più difficile spiegarla, che guardarla! Il mio preferito in tal senso è quello del 2005, dove AJ Styles, di rapina alla Pippo Inzaghi, approfittò della lotta ad alta quota tra Sabin e Petey Williams per arraffare la cintura con uno springboard.

ROYAL RUMBLE MATCH

Ovvero, la più grande idea avuta nella storia del wrestling a parer mio. 30 (non di più, vi prego) uomini che entrano a distanza di qualche minuto l’uno dall’altro, eliminazione per chi viene buttato oltre la terza corda del ring e cade con entrambi i piedi in terra. Raramente delude, sorprese a non finire, pathos a ogni entrata per scoprire chi, finalmente, sarà il numero 30.

Un contenitore di storyline, capace di condensarne tante in un unico match e a sua volta di crearne di nuove sulla base di chi elimina chi o di attriti che nascono in-ring. A mettere il punto esclamativo, c’è il finale, quando due superstar stremate dalla lunga permanenza sul quadrato si affrontano uno contro uno per chiudere i conti e stabilire chi andrà a Wrestlemania. In tal senso, il mio voto va alla Royal Rumble 2007, chiusasi con l’head to head tra Shawn Michaels e The Undertaker, parola alle immagini:

That’s it anche per questo mese, non mancate di commentare i nostri canali social per farci sapere anche i vostri gimmick match di punta. E magari anche quelli che proprio detestate!

Andrea Samele
Laureato in filosofia, amante della creatività, della scrittura e del suono musicale di una chop. Appassionato di wrestling di lunga data per la capacità di creare personaggi e storyline in grado di coinvolgere gli spettatori. Per Tuttowrestling.com curo l'AEW Planet.
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