Gorilla Position #12 – Il ruolo delle Finisher

Per ciascun performer la finisher è forse l’elemento di maggiore impatto e appeal presso il pubblico. Che fondamentalmente si aspetta la RKO Outta Nowhere ogni volta che c’è Randy Orton sul ring. O che scandiva i colpi del piede di Michaels che chiamava la Sweet Chin Music. Ci sono svariati wrestler che sul ring non avevano o non hanno un parco mosse variegato, che non hanno un repertorio da high flyer, che non sono hardcore. Ma che con una singola mossa non solo sanno catalizzare l’attenzione, ma anche scrivere la parola fine sul proprio match

Goldberg, per esempio. Clinch, shoulder block, qualche clothesline e poi SPEAR, JACKHAMMER e tanti saluti a tutti. Lo stesso Hulk Hogan, alla fine della fiera, sul ring non era certo da Mount Rashmore del wrestling, ma legdrop e chiusura. Il Brock Lesnar dei giorni nostri (e non quello che faceva, pur con esiti bislacchi, una shooting star press a Wrestlemania) di fatto è per scrittura stessa una Suplex Machine che collima con la F5. Il tipo di finisher è fondamentale per il personaggio. Perché la parte di un match che resta più impressa è il finale. E se il finale è moscio l’incontro pur bello che possa essere ne risente.

L’attesa per la finisher è un ingrediente necessario per il pubblico, che spesso reagisce male a quelli che definiamo solitamente finali anticlimatici. Perché la ripetitività crea assuefazione, crea sicurezza, chiamiamola comfort zone. Sappiamo che ci piace la pizza, non ci deluderà mai e allora quando abbiamo il frigorifero vuoto il primo pensiero non è di prendere un cous cous o un’insalata di riso (con tutto il rispetto), ma una bella, saporita e profumata pizza. Dopotutto anche Kevin McCallister in Mamma ho perso l’aereo! appena rimasto solo a casa ordinava la “sua” pizza al formaggio.

E accade lo stesso per i programmi TV, per le playlist su YouTube. Guardiamo e riguardiamo le stesse identiche cose perché sappiamo come vanno a finire. Ed è paradossale pensare a questo argomento ottica wrestling. Perché parliamo di incontri scriptati, che devono necessariamente riuscire a creare anche tensione e incertezza. Ma che in fondo sono basati su una ripetitività che è identificativa per i performer. In quest’ottica, ha senso avere mille kick out in un incontro quando tutti sappiamo che tanto senza finisher non c’è schienamento?

Nella costruzione di un match, spesso abbiamo 2 count forzati, anche “so close”, dopo signature moves che però abitualmente non sono conclusive. E che magari sono finisher di altri wrestler. Il Superkick è sicuramente il più inflazionato, in tempi recenti anche la Canadian Destroyer è diventata ad uso e consumo dei più. Triple H, The Rock, Batista, tutti con Spinebuster prima della chiusura. Abbiamo dei tentativi di schienamento anche dopo banali dropkick o bodyslam, dopo mosse ordinarie. E tutti sappiamo che saranno conti di due, al massimo. Tanto che il pubblico nemmeno reagisce. Lo trovo un controsenso anche per i wrestler stessi: se so già di non averti fatto niente, perché dovrei provare a schienarti?

Trasmette l’idea che sto seguendo un copione, che non capisco la psicologia dell’incontro. Non racconta niente, non aggiunge niente. In parte diverso il discorso dei roll-up, su cui almeno c’è sempre incertezza, ma anche lì, le lunghe sequenze di inside cradle, crucifix pin, small package, schoolboy pin etc etc sono per lo più uno sfoggio di tecnica, uno scambio di cortesie. Non c’è narrazione o drammaticità in queste dinamiche, proprio perché tutti sappiamo che l’assassino è il maggiordomo. Quindi sì, bene, bravi, ma andiamo avanti, grazie. Che tanto senza finisher non c’è conto che tenga.

La provocazione che pongo è quindi la seguente: ha ancora senso nel canovaccio di un match dare così tanta importanza “di default” SOLO alla mossa conclusiva? Non sarebbe meglio dare all’intero svolgimento del match, soprattutto in quelli importanti, un senso di costante tensione? Non si potrebbe creare conclusioni alternative? Riscrivere le regole del gioco suona sicuramente paradossale, perché tutti sappiamo che i main event durano 20 o più minuti. Che le finisher si chiamano così perché finiscono i match. Ma il wrestling ha il potenziale, in ogni match, di creare la stessa sensazione climatica di minaccia opprimente che c’è negli scacchi.

Dove, per esempio, basta un singolo, minimo errore e anche dopo una manciata di mosse si rischia di finire gambe all’aria (out of nowhere). Anche un cavallo o un pedone, pezzi meno importanti certamente della regina, possono dare uno scacco matto (roll-up). Oppure posso costringerti all’angolo, incartarti, costruire la mia iniziativa: tutto finalizzato a sconfiggerti. Ed è quello che dovrebbe essere lo storytelling “razionale” di un incontro che culmina con la finisher. Tuttavia, nella quotidianità settimanale del wrestling abbiamo match sempre uguali a loro stessi, in cui l’unico scopo delle fasi iniziali non è di cercare di vincere, ma di recitare un copione che porta alla conclusione banalizzata e non raccontata.

Le finisher andrebbero nuovamente nobilitate, dovrebbero o potrebbero anch’esse avere una storia. Essere trattate con rispetto. Essere vendute al pubblico come un qualcosa di eccezionale. Come sta facendo la AEW con Kenny Omega e la One Winged Angel, per esempio. Mi stai raccontando che nessuno è mai uscito da quella mossa, non te la faccio vedere ogni settimana. E allora io so che ho un elemento in più per attenderla. Ho una chiave di lettura aggiuntiva senza che questo cambi il mio processo identificativo in qualcosa che già conosco.

Con l’insito effetto sorpresa, però, di chi ha visto sempre la stessa cosa e non vede l’ora di saltare sul divano sotto shock perché quella cosa è improvvisamente cambiata. Quando Hangman Page (perché mi illudo sempre che sarà lui) uscirà al conto di 2 dalla OWA di Omega, il pubblico impazzirà. Perché la storia che mi hai raccontato è quella. E preferisco di gran lunga questo tipo di narrazione ai match spotfest tutti fatti a roll up – kick out o finisher – kick out (SummerSlam Cena vs Reigns, per capirci).

Anche perché in questo modo, ok, shocker nel breve periodo, ma mi stai dicendo che un part timer che non lottava da un po’ può uscire senza problemi da una finisher del tuo big dog. E quella finisher magari ce l’ha pure qualcun altro. Se io sono uscito dalla Spear di Reigns, che è il volto della federazione, allora posso farlo anche contro quella di Edge. E così via. Chiaro, non si può preservare l’imbattibilità di una mossa per un lungo periodo e ha anche senso che si umanizzi la fallibilità di un wrestler, pur forte che sia. Però farlo seguendo una linea narrativa è meglio di buttar lì cose a caso, impoverendo un contenuto solo per un immediato e pigro effetto sorpresa.

Perché la sublimazione di un racconto si ha quando mettendo insieme tutti gli elementi, dal principio sino all’ante-finale, si arriva al momento del massimo impatto. Quando Poirot con le sue celluline grigie svela l’identità dell’assassino, quando “mio dio” (un pizzico di JR in Marco Civoli…) Fabio Grosso segna, quando Goku diventa Super Saiyan, quando il Titanic affonda, perché è fatta di ferro, signore, le assicuro che può affondare. E affonderà. Quando un finale arriva, che sia a sorpresa o meno, se è ben costruito lascia lo stomaco appagato.

E non con la perenne sensazione di aver dimenticato qualcosa…

KEVIN!

Andrea Samele
Laureato in filosofia, amante della creatività, della scrittura e del suono musicale di una chop. Appassionato di wrestling di lunga data per la capacità di creare personaggi e storyline in grado di coinvolgere gli spettatori. Per Tuttowrestling.com curo l'AEW Planet.
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