WWE Planet #894 – Il Paradosso di McIntyre

Piace e colpisce i bambini, strizza l’occhio al pubblico femminile, è sempre più ignorato dal tifo smart. Nessuno può negare le enormi capacità tecniche ed atletiche, a tutti sono evidenti i limiti (facilmente aggirabili) che gli negano il definitivo decollo, anche con la Cintura più importante alla vita. Perché le contraddizioni di Drew McIntyre gli impediscono di diventare la stella che merita?

Da sempre ci sono cose su cui il “popolo del wrestling” è universalmente d’accordo, altre su cui è immancabilmente in disaccordo. La particolarità di Drew McIntyre è riuscire a stare costantemente in entrambe le categorie. Alla maggior parte dei fan risulta difficile non rimanere impressionati dalle qualità fisiche (di questo secondo McIntyre) oltre che dalle capacità in-ring, conclamandolo quasi all’unanimità come un performer di ottimo livello. Dall’altra parte è però inevitabile dividersi tra chi lo ama, chi non lo digerisce e chi fa fatica a restarne interessato. Una situazione, questa, che non toglie un grammo ai pregi del wrestler scozzese ma che ne limita chiaramente le prospettive e che persiste anche ora che è, in teoria, l’uomo di punta della federazione. Se ci si volesse concentrare sulle criticità dell’attuale WWE Champion, sicuramente ci sarebbe la performance microfono alla mano e qualche tacchetta di carisma: due skill migliorate enormemente nel tempo da McIntyre, con un lavoro costante e mirato al punto da trasformarle da vero e proprio tallone d’Achille a base di partenza più che soddisfacente. Eppure, guardando in faccia la realtà, anche da quando ha conquistato la Cintura, McIntyre non è il volto di Monday Night Raw, figuriamoci della Compagnia. Non è il punto focale dello show, non è l’interesse principale, probabilmente non è il motivo per cui il pubblico guarda lo show. Chiaro, non è nemmeno quello per cui si cambia canale o si skippa una parte dello show, ma l’impressione è che niente del regno di McIntyre, fin qui, sia memorabile. O meglio che tutto sia tranquillamente trascurabile. Durante il feud con Seth Rollins, l’attenzione era tutta sul destino della nuova gimmick dell’ex Shield e al termine della faida s’è spostata con il Messiah; in quello con Lashley, l’attenzione era comprensibilmente ovunque tranne lì; nell’ultima con Dolph Ziggler era flebile a causa di un esito scontato e di un costruito basato su un passato che tra i due di fatto non esisteva. Se la divisione femminile trainata da Sasha Banks e Bayley è oggi il centro della prospettiva, però, è una conseguenza di ciò e certo non la causa.

In un incredibile ricorso storico, infatti, McIntyre si trova di nuovo senza una storia in un momento chiave della sua carriera. Con un personaggio tagliato col machete ma non rifinito, mai figlio di qualcosa se non della casualità. Il celebre stampino da face non ha funzionato con lui, ma in qualche modo è stato adattato, impedendo la scrittura di una storia che lo riguardi davvero. Che non può essere la storia di Rollins, non può essere la non storia e il disinteresse per Lashley e non può essere quella trita e ormai sciapa di Dolph Ziggler. Dovrebbe essere la sua, quella di McIntyre, che esattamente come ad NXT non riesce a non essere soltanto un wrestler forte. E che, paradossalmente, allo stesso modo del Choosen One, non riesce a consacrarsi tale proprio nel momento di massimo splendore. Non bastano gli ottimi match, non bastano dei promo abbondantemente all’altezza, non bastano delle vittorie di spessore. Il troppo tempo passato da Raw in ostaggio di un Campione ci ha abituato a non badare più al posto in cima alla piramide, la monotematica riproposta di un nulla narrativo ci fa scivolare addosso quella che è de facto la miglior fase della carriera di uno dei miglior wrestler del momento. L’ennesimo paradosso, ora che quel posto non solo è occupato, ma per giunta da chi lo merita davvero.

A Drew McIntyre serve disperatamente una storia da raccontare, da interpretare e in cui essere finalmente protagonista. Più che un Randy Orton affamato, buttato lì per gli ascolti e per SummerSlam, serve un avversario capace di scrivere a 4 mani con lui e non in solitaria attorno a lui. Completando la sua rincorsa a WM, McIntyre ha paradossalmente già messo la parola fine, senza iniziare un nuovo capitolo, declassando il Campione a ruolo di co-protagonista. Senza osare laddove solo il Re Mida Wyatt è riuscito – dare una dimensione all’altro Campione, di gran lunga più ignorabile di McIntyre – bastano un avversario vero, un passato non inventato, una storyline fatta su misura, per non perderci una pietra preziosa.

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