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WWE PLANET #854

by Daniele La Spina
 


Senza addentrarsi troppo in battute e ragionamenti da “corto muso”, il valore di una vittoria è sempre dato da ciò che essa porta. A 7 giorni da Survivor Series, la guerra è finita come doveva, ma la domanda resta: che valore ha questa vittoria?





Dopo ormai due mesi di programmazione AEW, resta nebuloso il funzionamento del ranking di vittorie e sconfitte. Il discorso originale in proposito, però, tirava fuori un concetto interessante anche se spinoso: quello del valore delle vittorie e delle sconfitte. Le Series sono un'evidenza di quanto ci sia discrepanza anche in un singolo match o in un singolo scontro, di quanto una vittoria enorme possa essere ridimensionata, una sconfitta ingigantita e soprattutto di come una grande vittoria per l'uno possa essere una sconfitta ininfluente per l'altro. Partiamo dagli sconfitti: da quando Survivor Series è diventata Bragging Rights dopo la brand extension 2016, vincere o perdere la sfida tra roster è sempre stato completamente inutile. Oltre al solito discorso che la rivalità si accende sempre solo un mese prima e si spegne dopo altri 11 mesi (a volte aiutata dalla Wild Card Rule) – il vero problema di questa sfida è che non ha mai messo in palio nulla. Nemmeno un'inutile corona come fa il King Of The Ring, niente che non sia questa presunta supremazia. E senza perdersi nell'immaginazione di provare a pensare quale potrebbe essere il premio (una pescata alla Rumble? Un uomo in più nel MITB? Un vantaggio l'anno successivo? Una chiamata in più al Draft? Una settimana da GM a testa per i vincitori..?), il grosso problema è che non ci sia mai niente da perdere, più che niente da vincere. Se anche accettiamo che si possa lottare solo per l'onore, post-Series non c'è mai stata una conseguenza: le sconfitte di SmackDown non hanno mai portato in dote al roster problemi, l'inizio di una storyline in proposito o delle conseguenze. Nemmeno dopo il 6-1 del 2018 o delle minacce tutt'altro che velate di GM e Commissioner. Quest'anno farà differenza? Probabilmente no. Sicuramente Raw e SmackDown si potevano permettere la sconfitta contro NXT senza intaccare il proprio affrancamento come main roster. Il loro cedere il passo a un altro brand, accettando tramite la sconfitta il terzo fratello, è mitigato dal fatto che comunque NXT non ha lo stesso status dei brand rosso e blu nemmeno dopo aver vinto la battaglia a tre. Di certo è apprezzabile lo spunto – forse anche un po' esasperato – dell'utilizzare la compattezza dello spogliatoio e la leadership per innescare (di qua e di là) alcune nuove storyline dell'inverno: da Seth Rollins a Bayley e Sasha Banks. Tuttavia una differenza rilevante ci sarà solo quando, al di là dell'uguaglianza di peso specifico dei tre raggruppamenti, il perdere alle Series avrà concrete conseguenze per qualcuno.

Di contro la vittoria di NXT, oltre all'essere forse obbligata per evitare la rivolta di Chicago (e di internet) e oltre ad essere un pretesto perfetto per rafforzare il brand giallonero nella sua vera guerra con Dynamite, è stata anche l'occasione di approfittare di una concessione d'oro. Non è difficile pensare che permettere la vittoria di NXT non sia stato un boccone facile da mandare giù per Vince McMahon (ma siamo nel campo delle ipotesi). Una medicina amara ma necessaria: da sempre la WWE quando scende sul campo di battaglia non ha remore nello schierare tutta l'artiglieria che ha disposizione, a costo di usare cannoni per uccidere zanzare (salutiamo Impact al lunedì); ma soprattutto non vuole correre il rischio di lasciare nulla al caso. La vittoria per la creatura di Triple H significa legittimazione agli occhi del pubblico, anche quello più mainstream e, che la cosa sia partita dal caos post-Crown Jewel o no, era un passaggio obbligato per non far finire il terzo brand rapidamente nel dimenticatoio. Una vittoria che vale per NXT quantomeno come certificazione: un permesso di stare a tavola coi grandi, pur rimanendo i ragazzini. Perché – e qui arriva la svalutazione di questo successo – nonostante la vittoria abbia sancito la maggior fame e la migliore unità da parte del roster di William Regal, comunque nessuno, nemmeno per un'istante, ha considerato NXT davvero alla pari di Raw e SD. Ora come ora sembra difficile smettere di pensare ad NXT come a un vivaio e agli altri due come la prima squadra, anche se i tre show paiono idealmente appaiati. Una visione al solito asimmetrica: la vittoria oro-nera non si è fermata al punteggio delle Series ma alla qualità portata, fino alla resa elevatissima di un weekend che, senza il coinvolgimento dei lottatori di punta del brand e senza un capolavoro come WarGames III, non sarebbe stato neanche lontanamente paragonabile a quello vissuto. Ma per affiancarsi davvero serviranno altre vittorie, altri gesti, altre migrazioni controcorrente come quelle di Finn Bálor altrimenti resterà una parificazione esistente solo sulla carta. Il pericolo diventa però il prezzo da pagare per arrivare davvero allo stesso livello di riconoscimento: NXT non può smettere di essere NXT per arrivarci.




La questione è: davvero vogliamo che NXT lo diventi. Ce lo siamo già chiesto con la promozione su USA Network e rischiamo di dovercelo chiedere spesso nel prossimo futuro, ma davvero vogliamo che NXT diventi la terza voce del coro? Perché un coro canta tutto nella stessa maniera, con lo stesso tono e quindi c'è da sperare che, se così sarà, il nuovo tenore aiuti gli altri due a ritrovare la voce, prima di perdere la propria. Rischiamo?




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