WWE Planet #904 – Effetto Netflix

Sempre più spesso la sensazione d’abbandono moderna, per giunta in periodi di quarantena a sprazzi, si concretizza con uno spettatore lasciato brutalmente e senza preavviso da una serie tv. Che non finisce, che viene sospesa, soppressa, che cambia gli interpreti o destinazione ma che, in sostanza, non ha finale degno di questo nome. Causa diretta del cambiamento di paradigma nella fruizione dell’intrattenimento, contestualizzabile su Netflix, un po’ meno in WWE.

È una sensazione che, qualche anno fa, era familiare a chi seguiva delle saghe di fumetti e cartoni animati provenienti dal Giappone o dei videogiochi. Per motivi diversi, non si poteva continuare a seguire una saga perché era cambiata la piattaforma o la distribuzione e si rimaneva orfani dell’ultimo punto e a capo. Storie monche che non venivano raccontate fino in fondo, per mancanza di volontà o di possibilità. Una sensazione che, se era quasi ridotta all’osso, è stata rispolverata e riproposta in nuova salsa dal “modello Netflix”. Dopo i primi anni di lancio passati a promettere la Luna, a mettere a disposizione Marte e produrre anche Venere a fondo perduto, il colosso dello spettacolo on demand sta ridimensionando la propria voce costì, tagliando dove possibile. Sempre più produzioni diventano corte e vengono interrotte perché non vanno incontro al gusto di una fetta sufficiente di pubblico. Un discorso di mercato comprensibile perché molto più vicino a quella che era l’offerta tradizionale dell’intrattenimento e che un po’ tradisce il concetto alla base e le aspettative degli utenti sul mondo che le piattaforme on demand avevano aperto. Ma, seppur più o meno condivisibile a seconda dei casi, una giustificazione c’è.

C’è meno nel caso della WWE, che ormai da diversi mesi e da ben prima della pandemia ha acuito una tendenza sempre avuta – e che per questo accomunava i fan della compagnia agli esempi sopraccitati -, ossia quella di saltare di palo in frasca lasciando poi le cose a metà. Ce lo ha dimostrato il Draft: forse è presto per trarre conclusioni, ma alcune separazioni che ci hanno lasciato perplessi poi sono andate incontro a situazioni ancora più strane. È il caso di Big E, di cui s’inizia a vociferare di mancanze di piani, ma anche il caso di Zelina Vega, Ruby Riott da una parte e Liv Morgan dall’altra, Billy Kay a SmackDown e Peyton Royce a Raw (addirittura tornata a quanto pare in tag team con Lacey Evans nel giro di un mese dallo split). Senza contare le storyline mai finite: quella lunghissima tra Mandy Rose e Otis, quella di Aleister Black (ammesso che fosse una storyline), quella della Retribution, quella di Chad Gable (qualsiasi cosa sia stata) e potremmo andare avanti, anzi indietro nel tempo, quasi all’infinito. Storie usa e getta che non vengono chiuse, azioni mai giustificate, inserimenti nemmeno contestualizzati e addirittura parti già scritte che vengono volutamente ignorate. Il tutto, ovviamente, senza neppure la scusante dei costi, dei tempi (5 ore di programmazione minima a settimana), di materiale.

Il cast migliore e più ampio di sempre, le opportunità forse più grandi da anni a questa parte e una costante presa in giro sempre meno giustificabile di fronte ad archi narrativi certo non della portata e della complessità di una trilogia tolkieniana. Un continuo ed immotivato turbinio di cambiamenti che quasi mai hanno come giustificazione reale un cambio di idea, un nuovo piano o una giusta retrocessione ma che sono sempre figli dell’umoralità del momento, del cambiamento per il cambiamento, senza fine. Un effetto Netflix, insomma, davvero poco simpatico, poco utile e decisamente non producente: almeno, a giudicare i risultati.

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Daniele La Spina
Una mattina ho visto The Undertaker lanciare Brock Lesnar contro la scenografia dello stage. Difficile non rimanere incollato. Per Tuttowrestling: SmackDown reporter, co-redattore del WWE Planet, co-presentatore del TW2Night!. Altrove telecronista di volley, calcio, pallacanestro, pallavolo e motori.
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