WWE Planet #850

Quale che sia il motivo – e in queste ore di voci ne stanno circolando parecchie – per una volta dobbiamo ringraziare l'Arabia Saudita (sì, mette i brividi solo il pensarlo). Certo non per lo show fornito, ancora una volta il Crown Jewel di turno non ha regalato chissà quali momenti memorabili, pur salendo l'leggermente con l'asticella. Semmai dobbiamo ringraziare il mancato ritorno del roster negli Stati Uniti per la puntata di SmackDown che ha dimostrato un assunto ormai lapalissiano per tutti. Tranne per chi decide.

NXT è il miglior prodotto della WWE. Su questo ormai non ci piove e la puntata di SmackDown di venerdì, a forte contaminazione giallonera, lo ha dimostrato platealmente. L'emergenza si è trasformata in un'occasione d'oro per Triple H che se davvero soffriva l'impossibilità di fare quello che aveva in mente con NXT, venerdì ha finalmente visto arrivare la palla curva da colpire per fare hun fuori campo. Ovvio, Vince McMahon ci ha messo lo zampino ed è altrettanto ovvio che nulla sia stato fatto senza il suo avvallo. Ma le cose sono state organizzate di fretta e alternative non ce n'erano. NXT ha per necessità Took Over SD e le reazioni dei fan, i dati televisivi e la qualità stessa della puntata hanno decisamente dato ragione alle intuizioni di HHH. Il COO della WWE può infatti essere contento di questa prova del nove: il pubblico è pronto per NXT e NXT e dannatamente pronto per il pubblico.

L'episodio è stato di fatto un successo, è indiscutibile, e i meriti di questo non vanno tanto alla scrittura (sicuramente efficace visto il poco tempo e margine) quanto a quello che NXT è sempre stato ed è diventato. Stavolta infatti non devono esserci letture sbagliate e nemmeno scuse. Per tanto, troppo tempo abbiamo sentito la storiella che NXT era un mondo a parte, che le cose fatte lì erano per la nicchia di appassionati più vicini al prodotto “indy”; che il pubblico più ampio non avrebbe gradito allo stesso modo. Il tutto negando quello che la AEW sta dimostrando su base settimanale, ossia che quello definito di nicchia non è un prodotto diverso ma un'evoluzione, una trasformazione naturale di quello che il wrestling sta diventando. Una tipologia da cui la WWE si è dapprima tenuta lontana e poi con grande ritardo ha provato a colonizzare, sbagliando i tempi e i modi (vedi stipulazioni sprecate all'infinito negli show settimanali, match inspiegabilmente lunghi e venduti come epici) in un tentativo goffo, dalla resa quasi macchiettistica di recuperare il terreno perduto. Gli anni di frustrazione passati a vedere la maggior parte delle stelle di NXT venire liquefatte al passaggio in rosso o in blu hanno poi aggiunto prima rabbia e poi costante e invariabile rassegnazione. Il metodo NXT invece ha continuato a funzionare e a funzionare per chiunque ci si avvicinasse: oltre stelle di Meltzer e fan ereditati da questo o quel personaggio over in Giappone, oltre strascichi extra WWE ed oltre i problemi creativi della WWE stessa.

Con il passaggio live ad USA Network – per ora fugando molte paure, condivise anche dal sovrascritto – il brand giallo ha dimostrato di poter stare a questo livello (al di là di presunte sconfitte in presunte Wednesday Night War). Anche uscendo dall'autoprotezione del suo ecosistema, inclusivo ma chiuso, è stato subito capace di allargare il proprio pubblico tra le maglie di quello “mainstream”. Questo perché il grosso vantaggio di NXT rispetto a Raw e SmackDown non è mai stata la durata, il tipo di wrestling proposto o la ridotta esposizione come spesso si vaneggiava, ma sempre e solo la gestione. Soltanto in origine NXT forniva un lottato e un prodotto-wrestling più vicino ai gusti dei puristi. Ma dopo le prime pescate a piene mani che hanno rivoluzionato per la prima volta NXT, quel gap ha smesso di esistere: i lottatori validi erano sia al piano superiore che nel territorio di sviluppo e, quando volevano, anche i PPV principali sapevano essere terreno fertile per match da annali, pur non chiamandosi TakeOver. È che il focus doveva essere un altro. Se c'era qualcosa che doveva essere copiato da NXT era la gestione: la cosa confortante che ha trasformato NXT in una famiglia, che rende vero il detto “We are NXT” sia per i lottatori che per i fan, è che niente viene stravolto. L'intuizione di Triple H e dei suoi collaboratori è stata solo una controrivoluzione. Non ci sono decisioni prese a caso, non ci sono cambiamenti su base settimanale, non ci sono show riscritti più volte in giornata, non ci sono assilli da soddisfare. C'è invece linearità, logica, spazio per tutti, rispetto per le storyline ma anche per i personaggi (curati molto anche dai lottatori stessi), rispetto per i piani stabiliti, per le puntate precedenti e per il fan, mai tradito senza un motivo o solo in nome di un qualche colpo di sorpresa in più. Insomma la marcia in più di NXT è sempre stata una mancanza: l'assenza di rapsodia gestionale.

La seconda edizione di Crown Jewel ha così il merito di aver creato l'opportunità per il futuro di aprirsi una grossa breccia nel presente. Che verrà vanificata a cominciare da lunedì, è la paura di tutti. Ma che forse qualche segnale l'ha mandato. Se poi andasse male, c'è sempre il caldo covo del mercoledì sera di Orlando nel quale rintanarsi aspettando tempi migliori.

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