Mike Bennett racconta del suo rilascio e le sue opinioni sulla WWE

Recentemente ospite del podcast The Wrestling Inc. Daily, Mike Bennett è tornato a parlare del suo ultimo periodo in WWE. In particolare modo, di quando chiese il rilascio dalla compagnia e di come Vince si arrabbiò per le modalità che Bennett adottò.

La richiesta via Twitter

Come ricorderete, Bennett chiese il rilascio via Twitter, nella forma più pubblica e meno riservata possibile.

Situazione che mandò su tutte le furie il management WWE, Vince in testa.

«Non erano contenti, ma sapevo di doverli fare infuriare – afferma “Miracle” Mike Bennett – Era proprio questo il mio obiettivo: io ero arrabbiato e stavo impazzendo, perché andavo da loro costantemente a chiederglielo [di lasciarmi andare]. Ed è questa una delle cose che i fan di wrestling non riescono a capire: chiedere il mio stesso rilascio è stato un ultimo atto di disperazione. Ho fatto tutto ciò che era in mio potere dietro le quinte».

«Avevo parlato con Vince, con il responsabile delle comunicazioni per i lottatori, con tutti. Ho chiesto a più riprese il mio rilascio nel backstage, in forma privata. Due delle volte in cui lo chiesi nel backstage privatamente mi fu negato. Mia moglie non chiese mai di essere rilasciata, questo mi fece ancora più impazzire. A lei stava bene rimanere lì. Diceva: “Io sto bene. Faccio tutto quello che vogliano farmi fare”. A lei stava bene quindi, di fatto, il problema era solo mio».

«Io volevo andarmene, ed ebbi delle discussioni con lei. Io le dicevo: “Se chiedessi il rilascio, a te andrebbe bene?” E lei un giorno rispose di sì e arrivai ad un punto di rottura per cui, finalmente, mi feci avanti. E il giorno in cui chiesi di chiudere il rapporto di lavoro, riuscii anche a contattare il responsabile delle risorse umane (Head of talent relations). Era la terza volta che gli chiedevo se mi potessero fare andare via, ero proprio al punto in cui non ne potevo più. Gli dissi che non volevo nemmeno più discuterne con loro, perché l’avevo già fatto due volte e me l’avevano sempre negato. Gli dissi che non volevo più stare lì. Arrivai a dirgli anche: “Lasciatemi andare anche solo per due anni, poi magari potrei tornare”. Cercavo di essere professionale, ma in ogni caso continuavano ad ignorarmi».

«Mi ignorarono tutto il giorno. Non rispondevano ai messaggi. Non mi dicevano nemmeno: “Hey, ti richiameremo”. Nulla. Mi ignorarono per almeno 8 ore, finché mi stufai. Non era giusto, lui era delle risorse umane. Il suo lavoro era di parlare con i lottatori e cercare di risolvere i problemi, non ignorarli. Quindi decisi di forzare la mano ed esporre il problema pubblicamente. Era la scelta giusta di agire? Non lo so, ma dovevo prendere posizione per me stesso e attirare l’attenzione».

La reazione della WWE

Bennett continua, dicendo che dopo la pubblicazione del tweet, la WWE iniziò a prestargli attenzione.

«Bene, ora avevo la loro attenzione perché mi ero mosso nel modo giusto – continua Bennett – Ora ero il “company guy”. Avev fatto tutto ciò che mi avevano chiesto di fare, continuavano ad ignorarmi e trattarmi come l’ultima ruota del carro. Ma arrivi ad un certo punto in cui dici: “Bene, o continuano a prendermi a calci nel fango, oppure ti alzi e combatti per quel che è giusto per te stesso”. Come uomo, padre, marito, mi dissi che non sarei rimasto seduto a sopportare le mancanze di rispetto che mi perpetravano. E quindi agii di conseguenza».

«So che quando dici cose del genere, metti la compagnia in cattiva luce. Il responsabile dei talent mi chiamò, mi disse che Vince era arrabbiato. Io dissi: “Ottimo”. Questo pensai. Era andata come volevo. Ora mi avrebbe ascoltato, magari. Le cose accadono, questa andava fatta. Avevo bisogno di essere libero. Libero di andare dove volessi».

Ha spiegato, inoltre, la questione contrattuale. E di come lui chiese il rilascio ad ottobre, ma gli fu concesso ad aprile, durante la pandemia, così che non fosse in grado di trovare lavoro in una nuova promotion.

«Sebbene fossi inquadrato, come tutti i lottatori in WWE, come collaboratore indipendente, non era possibile sciogliere il contratto di mia iniziativa. Loro devono approvare e lasciarti andare. C’è una cosa che mi infastidisce tanto dell’essere stato rilasciato ad aprile. Ovvero, l’essere lasciato a casa nel bel mezzo della pandemia. E la gente mi riprendeva, dicendomi che l’avevo chiesto io e bla, bla, bla. E io rispondo, sempre, che io il rilascio l’avevo chiesto ad ottobre, dove ancora avevo dei posti in cui andare e compagnie per cui lavorare. Mi dissero di no allora, lasciandomi andare quando non potevo trovare altri posti di lavoro».

«La loro rabbia è sempre rivolta ai piccoli contribuenti invece che alle gradni conglomerati, perché è sempre la solita solfa: “Oh, tutte queste persone che abbiamo licenziato possono andare a trovare lavoro da qualche altra parte, e a noi non ce ne frega nulla”. Non solo licenziamo una donna che è appena al secondo mese di maternità, ma la cosa viene giustificata da molti con il fatto che io avessi chiesto il rilascio e quindi meritasse il licenziamento anche lei in quanto mia moglie. A me ha sempre dato fastidio che non potessi essere rilasciato quando volessi. Ho dovuto richiederlo tre volta e loro hanno continuato a dirmi no. A me non sembrava giusto, specialmente essendo configurato come lavoratore indipendente».

Bennett ha parlato anche della richiesta condivisa da molti importanti esponenti, tra gli altri dall’ex candidato alle presidenziali per i Democratici Andrew Yang, nella quale si chiedeva alla WWE di riclassificare i contratti dei proprio lottatori. Di configurarli, insomma, come dipendenti invece che come “indipendent contractors”. Alla quale Bennett ha risposto che poco importa il fatto di essere scritto su carta: se una grossa organizzazione vuole chiudere contratti con la formula dei lavoratori indipendenti, allora poi quei lavoratori deve trattari come tali.

Continua Bennett: «Se tu, compagnia, vuoi assumere i lavorato come indipendenti per avere un alleggerimento sulla tassazione, va bene. Però poi devi attenerti al contratto in essere. Non dir loro che devono fare questo, quello, e poi non possono andare a fare soldi o lavorare per altri».

«Molte compagnie hanno bisogno di assumere con quelle formule i lottatori, perché cercano semplicemente di sopravvivere. E da lottatore, lo accetti. Ma quando si tratta della WWE, è un altro discorso: loro hanno talmente tanti soldi e controllo sulle persone, che non le peserebbe dare ai suoi collaboratori assicurazioni sanitarie e quant’altro. Non la danneggerebbe concedere i vari benefit o configurarli come dipendenti. Alla fine è solo un questione di avidità, come ha detto anche il deputato Yang. Si cade nell’avidità quando si parla di WWE, ed è molto triste. Perché questo colosso ha al soldo tantissimi ragazzi che farebbero di tutto per lei, qualsiasi cosa, perché amano il wrestling più di ogni cosa al mondo. E questa loro passione, li rende deboli in confronto della multinazionale, al cospetto di una singola persona che fa miliardi su miliardi».

«Questi ragazzi stanno cercando di sfamare le proprie famiglie, vogliono sistemarsi per il resto della loro vita. Nel frattempo, una persona fattura un altro miliardo, perché i due che ha non sono abbastanza. Ad un certo punto dobbiamo per forza guardare certe persone e chiedere che un certo grado di decenza umana scenda in campo. È troppo comodo quando hai una schiera di persone che si spezza la schiena per te».

Questa è stata una sintesi delle dichiarazioni rilasciate da Mike Bennett. Vi linkiamo di seguito l’intervista completa, presa dal sito dei colleghi di Wrestling Inc.

Marco Ghironi
Rimasi estasiato quando, da bambino, girai per caso canale e mi imbattei in questo tizio con la maschera strana che sconfiggeva un energumeno esageratamente più grosso di lui. Almeno 15 anni più tardi, cerco settimanalmente di seguire anche lo show secondario di una qualsiasi federazione di wrestling polacca. Nel mentre, condivido pensieri, opinioni e notizie qui su Tuttowrestling, fondendo le mie anime di giornalista e fan sfegatato.
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