WWE Planet #935 – La banalità del fatto male

A guardare con distrazione, dieci giorni che si concludono con ben 4 Hell In A Cell Match, potrebbe sembrare una festa, Natale in anticipo. Anche se non avessimo ormai capito tutti le difficoltà e incoerenze che si portano dietro i gimmick PPV come HIAC. Ma, soprattutto, sono i dieci giorni in cui la stipulazione più speciale tra le stipulazioni speciali, la più cruenta e diabolica, è stata bistrattata più di sempre, abbassandola al livello di un qualsiasi incontro da puntata settimanale. E nel più banale dei modi.

Superiamo la prima componente: i PPV come HIAC sono un problema. Arrivare a un certo evento con l‘obbligo di presentare almeno un paio di match con una determinata stipulazione, senza esserci arrivati narrativamente ma forzando le cose, è un a sciocchezza che toglie valore al match. Nulla di nuovo: assodato, tutti d’accordo. Passando oltre, non trovo interessante nemmeno cercare di capire perché la WWE abbia improvvisamente deciso che avrebbe tenuto un HIAC a SmackDown. Per gli ascolti? Perché 3 in un PPV da 3 ore sarebbero stati troppi? Perché Rey Mysterio non va bene come avversario in PPV? Perché sì? Non importa. Importa che si presume sia una scelta grossa e ponderata, non presa alla leggera e magari all’ultimo. Anzi, vien fuori che è presa all’ultimo, un paio di giorni prima, ma ci sta che i piani cambino. Lasciando perdere che, per una volta, eri riuscito a contestualizzare la sfida nella gabbia meglio – meno peggio – del solito, laddove la rivalità tra Reigns e Mysterio non era certo di lunga data e aveva bisogno di essere credibile in fretta. Ci sta meno che tu non abbia pensato che se getti una delle tue top 3 stipulazioni nel menu di un canale televisivo, poi l’altro canale televisivo – con cui collabori da molti più anni, oltretutto – si arrabbi un po’. Sicuramente un Hell In A Cell è un richiamo migliore di un qualsiasi segmento o incontro normale, specie in tempi d’anemia di ratings. E arriva la toppa: Hell In A Cell anche a Raw tre giorni dopo, il giorno dopo il PPV.

Risultato: quattro Hell In A Cell, due tranquillamente evitabili, uno decisamente bruttarello, due “regalati” rispetto a un PPV che dovrebbe essere il punto finale oltre che il vertice d’attrattiva principale per gli archi narrativi. Dovrebbe, appunto. Perché forse non è più così da tempo, se fai un PPV ogni 3 o 4 settimane solo per farlo e poi non ti dai la pena di costruirlo, lo stravolgi costantemente a poche ore di distanza e ti dimentichi dei suoi risultati. Qui ad arrabbiarsi dovrebbe essere Peacock, insomma. Che oltretutto ha appena venduto un evento il cui culmine è stato anticipato a SD e poi regalato il gioirno dopo a Raw, il tutto senza una reale necessità. Svalutando un evento che già, di per sé, presentava diversi punti critici. Se aggiungiamo che fino all’ultimo la WWE aveva pensato di rendere un HIAC anche il match tra Kevin Owens e Sami Zayn, è la dimostrazione di quanto poca importanza viene data alla stipulazione, oltre che allo show in sé. Il game changer, l’acuto finale di una rivalità, la gabbia da cui si esce cambiati come persone e come performer, che diventa un rapido inciampo nella “storyline” tra Bayley e Belair e che, addirittura, diventa una scampagnata per Lashley, che dopo averci chiuso i conti con McIntyre, la ripete 24 ore dopo in maniera improbabile con Woods, come nulla fosse. Il vero cambio di marcia imposto da Vince che non vuole più che gli incontri siano buttati lì, tanto per. Ma vuole delle storie dietro ogni match, anche inventate all’ultimo, anche poco sensate. E quindi via di Jeff Hardy che mette in palio la carriera, ma solo di passaggio, e qualificazioni al MITB che diventano Last Man Standing perché sì. Fingiamo che tutto sia cruciale, fondamentale, punto di svolta, tanto chi vuoi che se ne accorga.

Il controintuitivo reso totem: inventiamoci che ci sia una storia anziché inventarci una storia. Che sarebbe poi l’unica cosa richiesta, per fare il writer, non tanto sapere se sia Lashley o Ashley. Se il pubblico non ha più fame, noi rispondiamo mettendo ancora più carne al fuoco, senza chiederci se occorre cambiare ricetta. Anzi, senza chiedersi nemmeno se qualcuno, al tavolo a mangiare si siederà. Impegnando più tempo ed energie a fare crescere il notoriamente futile fumo, invece di impiegarne di meno a fare un semplice ma sostanzioso arrosto.

Daniele La Spina
Una mattina ho visto The Undertaker lanciare Brock Lesnar contro la scenografia dello stage. Difficile non rimanere incollato. Per Tuttowrestling: SmackDown reporter, co-redattore del WWE Planet, co-presentatore del TW2Night!. Altrove telecronista di volley, calcio, pallacanestro, pallavolo e motori.
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