Piper’s Pit#43 – Tifo & Arena

Bentornati al nostro appuntamento con il Piper’s Pit! Dall’inizio di tutto questo casino globale che è il Covid una sola cosa di fatto si è rivelata come costante: il wrestling non si è mai fermato, per la gioia di tutti noi appassionati, anche se a volte certi spettacoli ce li saremmo pure risparmiati, a dire il vero. E nell’editoriale di oggi mi occuperò di sviluppare il concetto di pubblico del wrestling (sia dal vivo che in tv) dagli albori ai giorni nostri.

Quando il wrestling nacque nel Regno Unito, verso la fine del XIX secolo, gli spettacoli si svolgevano in fiere itineranti di paese, di conseguenza lo scopo degli incontri era quello di stupire il pubblico che non era lì essenzialmente per vedere gli incontri, ma intendeva passare una giornata all’insegna del non ordinario. E proprio lo stupire il pubblico possiamo individuarlo come la componente costante da allora ad oggi: sia che tu sia un bambino oppure uno spettatore adulto smaliziato, guardando il wrestling vuoi restare con gli occhi spalancati di stupore. Ovviamente a quel tempo invece la coerenza non era certo una caratteristica fondamentale del pacchetto-spettacolo, quindi più gli incontri erano inverosimili più il pubblico tornava a casa soddisfatto. Queste caratteristiche di fatto si trasferirono invariate quando lo spettacolo approdò negli Stati Uniti, con la sostanziale  differenza che, con il formarsi delle prime federazioni, gli spettacoli iniziarono ad avere una sorta di legame l’uno con l’altro, arrivando a creare una sorta di tifo verso i propri beniamini. Le cose cambiarono radicalmente a partire dagli anni ’50 con l’avvento della televisione: la possibilità di raggiungere un pubblico molto più vasto ha fatto sì che di conseguenza aumentassero gli spettatori nelle arene ed il fanatismo verso i lottatori. Da allora, nella complessa società americana, il wrestling divenne anche una sorta di riscatto sociale per le vaste masse di immigrati: pensiamo solo a Bruno Sammartino idolo della comunità italiana, a Pedro Morales di quella latina e dei numerosi lottatori di origine irlandese, tanto che persino Hulk Hogan all’inizio doveva essere presentato appunto come originario dell’isola di smeraldo.

L’avvento dei grandi eventi come Starrcade della NWA e WrestleMania della WWF negli anni ’80 posero le basi per creare la fan base del wrestling moderno: un pubblico estremamente fidelizzato disposto a spendere anche parecchi soldi per il neonato business del merchandising. Ovviamente sappiamo bene come a quel tempo il tifo fosse molto manicheo: si andava in estasi per i face e si insultavano ferocemente gli heel. Epiche le scene dell’ingresso di The Iron Sheik e Nikolai Volkoff con il pubblico che lanciava ogni sorta di oggetto contro i due lottatori, visti come nemici giurati dello stile di vita americano. L’altra fondamentale svolta degli ultimi anni avviene a metà degli anni ’90, per poi svilupparsi completamente a partire dagli anni 2000: lo sviluppo e successivo boom di internet. Da quel momento i tifosi di tutto il mondo diventarono sempre più smaliziati ed esigenti. La differenza tra face ed heel non poteva più soddisfare le esigenze di un pubblico ormai  abituato ad avere notizie sul nostro amato sport spettacolo 24 ore al giorno, 7 giorni alla settimana. E così i tifosi hanno anche iniziato ad influenzare l’andamento delle storyline, a volte affossando un personaggio (penso alla prima gestione di Roman Reigns), a volte lanciandolo nei piani alti (vedi Daniel Bryan).

E poi siamo arrivati all’ultima, purtroppo triste, svolta: il Covid ha praticamente escluso la componente tifosi live dall’equazione. Le indies praticamente sono state costrette a sospendere quasi del tutto i loro show, mentre le major hanno dovuto operare una scelta. Prendiamo per esempio la WWE e la AEW: la federazione di Stamford prima ha svolto gli spettacoli nel totale deserto, mentre da qualche tempo, con il Thunderdome, ha creato spalti virtuali con tifosi collegati da casa davanti al computer; la AEW invece ha portato tutto il roster a bordo ring a fare il tifo e, ultimamente, ha iniziato a far entrare nell’arena un gruppo ristretto di tifosi. Come ho già avuto modo di scrivere, personalmente preferisco di gran lunga le scelte della AEW: la WWE, con la scelta del tifo virtuale, ha chiaramente dovuto pure aggiungere una finta colonna sonora a supporto degli atleti, una cosa che proprio non riesco a digerire e che temo possa essere una soluzione con la quale dovremo convivere a lungo.

Concludendo, non potendo avere certezze sullo sviluppo della pandemia, le federazioni sono costrette a navigare a vista, ma la nostra speranza è che presto i tifosi possano tornare a calcare le arene, perchè senza di loro lo spettacolo perde una componente essenziale.

“I have wined and dined with kings and queens and I’ve slept in alleys and dined on pork and beans”.

Roberto Vacca
Appassionato di calcio, golf, musica e sottoculture, seguo il wrestling dagli anni '80. Sull'argomento ho pubblicato il libro "Storie dalla terza corda".
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