Gorilla Position #7 – Il ruolo del General Manager

Devo ammetterlo, il ruolo del General Manager è sempre stato affascinante dal mio punto di vista. Anche nei vari videogame che sono usciti su console, la mia modalità preferita era quella da GM. Perché finalmente potevo decidere io i feud, i match, i gimmick match, i Pay per view e – udite udite – anche i campioni. Che poi il tutto si riduceva a un mega match a mille atleti (Undertaker, Austin, Hogan, Angle, Triple H e qualcun altro a caso) in un Hell in a Cell.

Ma a ben guardare, il ruolo del General Manager è, dal punto di vista narrativo, fondamentale per le storyline e per gli show. Perché lui decide. Lui è quello che on screen ha il teorico potere assoluto. Sottolineo il teorico, visti i tempi che corrono. Ad ogni modo, che ci sia un garante che autorizzi lo svolgersi di determinati incontri, evita paradossi per cui sono i wrestler stessi a fare quello che vogliono. E soprattutto, che sia face o heel, aiuta in maniera importante i fan a comprendere il messaggio che una trama vuole mandare.

Pensiamo ai GM heel, a quanta presenza ha avuto Eric Bischoff nel main eventing. Il boato del pubblico al culmine della faida contro John Cena fu enorme. Perché? Perché quando una storia ha un volto ben preciso da odiare, senza trame, sottotrame e arzigogoli vari, il messaggio arriva. Eccome se arriva. Lui manipola lo show, lui manda contro al face tutti gli avversari più difficili, sempre lui crea match pieni di vantaggi per i suoi compagni di merende, si cerca alleati che lo proteggano mentre gioca a fare Dio. La scrittura di un personaggio di potere che sta dalla parte dei cattivi è semplice, ma di sicuro impatto. Tanto quanto uno You’re Fired scandito al microfono dal nostro amico Vince McMahon.

Un altro esempio può essere il ruolo avuto da Kurt Angle a cavallo tra il 2004 e il 2005, quando per i ben noti problemi al collo dovette prendersi una pausa dal lottato, subito dopo Wrestlemania XX. Dopo la sconfitta con l’allora campione Eddie Guerrero, ad Angle venne affidato il ruolo di GM e la faida proseguì per interposta persona. Infatti, l’eroe olimpico, pur di ostacolare il messicano, diede al suo nuovo number one contender JBL ogni tipo di vantaggio. Fino al Texas Bullrope di Great American Bash 2005, dove fu proprio una decisione di Angle a decretare il cambio di titolo al VAR.

Da una parte, l’idolo di chiunque abbia seguito il wrestling in quegli anni, Eddie, dall’altra l’odiato Kurt Angle. Una collisione di polarità che già da sola crea interesse. Perché per uno spettatore non c’è niente di più facile da seguire di qualcosa che mi viene raccontato in modo lineare. Spesso si tende a pensare che più si aggiungono elementi, più si piazzano cliffhanger o plot twist, più si cerca di nascondere la verità e più chi guarda è intrigato. Il che può essere sicuramente vero e valido, basti pensare alla stessa storyline del GM anonimo, escludendo com’è finita. Ma dev’essere un messaggio che viene rivelato con delle motivazioni, con dei ruoli, con degli schemi. E tra le file degli heel abbiamo avuto anche Vickie Guerrero, John Laurinaitis, Paul Heyman. Insomma, un bel fritto misto di personaggi più o meno riusciti.

Se essere un GM heel è tutto sommato facile, perché tanto devi fare casino. Altrettanto non lo si può dire del pari grado face. Perché tendenzialmente un face mantiene lo status quo, insomma, se tutto va bene, non c’è necessità che interventi terzi alterino il panorama. Ecco perché nascono poi tutori dell’ordine alla Steve Austin, figure dallo spiccato senso di onestà come Mick Foley, oppure innocui ma simpatici individui alla Theodore Long. Uno dei tanti feud in casa McMahon oppose il padre padrone Vince alla figlia Stephanie, allora General Manager di SmackDown!. Il tutto culminò con un I Quit Match svoltosi a No Mercy 2003, che di fatto chiuse i conti in favore del Chairman della WWE, costringendo la figlia a rinunciare ai suoi gradi e ad avviare così la sua lunga carriera come heel, degna erede dei geni paterni.

Insomma, da qualsiasi parte la si guardi, il GM è un co-protagonista naturale, che se scritto a dovere è una vittoria assicurata. Perché riesce nell’impresa di elevare chi gli gravita intorno senza al tempo stesso oscurarne la luminosità. Si tratta di un personaggio-ombra, che esiste in funzione dell’abito che indossa e da cui tutti si aspettano esattamente ciò che poi lui fa, nel bene o nel male. E nel panorama attuale del wrestling, secondo me è un fattore che manca molto. Sia in WWE, dove manca coerenza negli show e quindi mancano anche figure che in un certo qual modo riescono da sole ad avere un senso. Sia in AEW, dove, tra ranking e auto-booking, manca qualche elemento extra-ring nella gestione delle storyline.

E anche per questo mese è tutto. Con i viaggi nel passato e le analisi narrative del Gorilla Position, arrivederci alla prossima!

Andrea Samele
Laureato in filosofia, amante della creatività, della scrittura e del suono musicale di una chop. Appassionato di wrestling di lunga data per la capacità di creare personaggi e storyline in grado di coinvolgere gli spettatori. Per Tuttowrestling.com curo l'AEW Planet.
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