The Codebreaker #52 – Volere è potere

Un appassionato di età adulta cosa può attendersi dal wrestling? Di cosa necessita per mantenere viva la fiamma della passione? Di cosa va alla ricerca per provare le sensazioni del primo giorno, a prescindere dal cambio di epoche, protagonisti e filosofia della disciplina? Emozioni, imprevedibilità, sorpresa.

Quando gli anni passano, si è visto di tutto e di più nel corso dei decenni, nel bene e nel male, si assiste spesso a discutibili decisioni assunte da chi ha voce in capitolo in termini di storyline, si è impotenti dinanzi al ritiro o alla scomparsa di chi ha dato tanto al movimento, si teme possa arrivare un giorno nel quale scocchi l'ora di dire “basta”, oppure si giunga alla conclusione che non sia né realistico, né umanamente possibile ricevere quanto ci si aspetta, a causa di considerazioni personali, oppure, peggio, per dati oggettivi.

Quel giorno, nel mio caso, non è ancora giunto e negli ultimi giorni ne ho avuto l'ennesima dimostrazione. Al di là della crescita dello Shield e dello straordinario rendimento di Daniel Bryan, al quale ho dedicato il precedente editoriale, tra Payback e Raw abbiamo avuto diversi motivi per restare a bocca aperta, pensare “non me lo sarei mai aspettato”, non riuscire a staccarsi dalla poltrona, a non pronunciare qualche commento colorito di sorpresa.

Payback, contrariamente al precedente ppv, ha avuto un grosso peso specifico nell'equilibrio del roster, nella gestione delle storyline e sotto il profilo qualitativo del prodotto. Oltre all'atteso ritorno in scena di CM Punk e al nuovo match assai godibile contro Chris Jericho (l'assenza dai ring del primo e l'età non più giovanissima del secondo hanno impedito che si potesse assistere ad un match memorabile), è doveroso evidenziare l'ottima riuscita del match a 3 con in palio il titolo intercontinentale.

Magistrale la chiusura di Curtis Axel, il quale ha dimostrato furbizia e tempismo da vendere, e la gradevole sfida delle divas, forse l'unica sopra la sufficienza nella categoria femminile da tantissimi mesi a questa parte. Gran merito va attribuito ad AJ Lee, niente di eccezionale sul ring ma disposta a colmare con impegno e dedizione le proprie lacune tecniche e soprattutto fisiche, ma semplicemente straordinaria in termini di mimiche facciali e intrattenimento.

Alcuni lati comunque oscuri o discutibili, all'interno di un ppv complessivamente ben oltre la sufficienza, sono stati letteralmente spazzati via da una delle puntate di Raw migliori degli ultimi anni sotto il profilo entertainment. Prima citazione di merito va attribuita a Delrio, tornato heel sulla base di considerazioni in gran parte da me condivise, almeno quando il lottatore messicano ha fatto riferimento prima alle analogie tra la perdita del titolo in occasione dello sfruttamento della valigetta e quanto accaduto a Payback, poi alle reazioni del pubblico statunitense nei suoi confronti, anche durante il feud con Jack Swagger.

Il taping si è ulteriormente innalzato in termini di interesse e qualità in occasione del face to face tra AJ Lee e Stephanie Mc Mahon. Che quest'ultima fosse un'autentica garanzia era un dato di fatto risaputo da anni, ogni qual volta si ritrovi con il microfono in mano, è sempre in grado di non essere né scontata, né banale, trasmettendo un importante mix di lucidità e incisività. Dinanzi a se stavolta ha però trovato una ragazza, forse lontana dagli standard fisici e comportamentali (per storyline) tipici di una campionessa, ma assolutamente capace di tenere testa ad una delle colonne portanti della federazione.

Sguardi, sorrisi, continue e improvvise mimiche facciali, frasi ad effetto, convinzione dei propri mezzi e orgoglio della gavetta. AJ Lee non sarà mai ricordata come la diva più affascinante vista su un ring WWE, né per la tecnica mostrata, ma sicuramente lascerà un segno indelebile nella categoria femminile grazie ad un innato dono di immedesimarsi perfettamente in un personaggio difficilissimo da interpretare, ma, al tempo stesso, coinvolgente e imprevedibile.

Breve, ma efficace il dialogo nel backstage tra Cm Punk e Paul Heyman, nel quale “The Best in the World” manifesta la volontà di non aver più il proprio manager a bordo ring; una decisione assunta dopo quanto avvenuto ad inizio puntata nella sfida lanciata a Delrio: un conto è essere un uomo di Paul Heyman, un altro è rappresentare lo status di “cliente”, al contrario di quanto avvenuto con Brock Lesnar. Un riferimento sfociato nel botto finale con la F-5 ai danni del leader della filosofia Straight Edge.

Il clou della serata è però stato raggiunto grazie ad un Mark Henry meritevole di oscar per un'interpretazione da standing-ovation. Sinceramente per buona parte del suo intervento nutrivo dei dubbi sulla sincerità dei complimenti nei confronti di John Cena e sulla decisione di ritirarsi ufficialmente dall'attività agonistica, ma il ritrovato feeling con il pubblico e le lacrime toccanti, durante i riferimenti alla moglie e ai figli, avrebbero dovuto far cambiare idea a qualunque spettatore. L'uomo più forte del mondo salutava i ring WWE dopo una carriera comunque importante, anche se inferiore alle sue potenzialità ma purtroppo in questo mondo i diretti protagonisti non sono gli unici padroni del proprio destino, ma priva di un unico alloro, proprio il titolo WWE.

Il mancato raggiungimento di quel traguardo, assieme al fastidio di dover dividere il quadrato con il campione in carica, hanno portato al clamoroso voltafaccia, all'aggressione ai danni di John Cena quando forse nessuno se lo sarebbe più aspettato, meritando pienamente i cori di incitamento avvenuti nei secondi successivi e, a mio parere, facendo ricredere moltissimi dei suoi detrattori. Il push di Curtis Axel, dopo le sconfitte subite in WWE nei mesi precedenti, e l'eccezionale segmento parlato di Mark Henry hanno dimostrato, come ce ne fosse stato ancora bisogno, l'incredibile potere dei bookers, soprattutto nel wrestling moderno, nella carriera di un lottatore.

La federazione ha un enorme potenziale a disposizione, l'importante è riconoscere i meriti e dar la possibilità di esprimere il proprio talento a chi lo possiede, prima che sia troppo tardi e sia giunto soltanto il momento di vivere di rimorsi nell'aver bruciato potenziali campioni, o di rimpianti, soffermandosi su quello che poteva essere e non è stato. Volere è potere, soprattutto in WWE.

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