"NO alle banche" curiosità da ignorantone
- Karran
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"NO alle banche" curiosità da ignorantone
Mi chiedevo: ma il tanto millantato "dire no alle banche" da parte di Argentina ed Islanda, all'atto pratico, in cosa è consistito? In un "semplice" riappropriarsi di una sovranità della moneta? O altro?
Ha avuto, poi, dei significativi vantaggi? O è solo una bufala?
E.... in Italia? Sarebbe attuabile?
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E.... in Italia? Sarebbe attuabile?
- BomberDede
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Re: "NO alle banche" curiosità da ignorantone
mi pare di ricordare che l'islanda ha deciso di NON ripagare il debito alle banche.
In italia, dal poco che so, non avrebbe troppo senso perchè il grosso del debito pubblico è verso privati e non alle banche. Cioè si potrebbe fare ma non avrebbe l'impatto che ha avuto in islanda (che ricordimo sono comunque gli stronzi che han fatto esplodere la crisi economica eh...)
In italia, dal poco che so, non avrebbe troppo senso perchè il grosso del debito pubblico è verso privati e non alle banche. Cioè si potrebbe fare ma non avrebbe l'impatto che ha avuto in islanda (che ricordimo sono comunque gli stronzi che han fatto esplodere la crisi economica eh...)
- Jeff Hardy 18
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Re: "NO alle banche" curiosità da ignorantone
La storia dell'Islanda è un falso comunque.
Vedetevi l'ultima puntata di "Il Testimone" ambientata in Islanda.
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- Jolly
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Re: "NO alle banche" curiosità da ignorantone
L'argentina è un paese in decomposizione.Karran ha scritto:Mi chiedevo: ma il tanto millantato "dire no alle banche" da parte di Argentina ed Islanda, all'atto pratico, in cosa è consistito? In un "semplice" riappropriarsi di una sovranità della moneta? O altro?
Ha avuto, poi, dei significativi vantaggi? O è solo una bufala?
E.... in Italia? Sarebbe attuabile?
http://it.ibtimes.com/articles/38951/20 ... -fitch.htm
http://www.linkiesta.it/argentina-fmi
Ultima modifica di Jolly il 22/03/2013, 11:50, modificato 1 volta in totale.
- Gsquared
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Re: "NO alle banche" curiosità da ignorantone
Non mi stupirei di un nuovo default nel 2013. Consideriamo peraltro che il fondo monetario internazionale minaccia di espellerli perchè mentono spudoratamente sui valori del pil e dell'inflazione...Jolly ha scritto:
L'argentina è un paese in decomposizione.
- Jolly
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Re: "NO alle banche" curiosità da ignorantone
L'argentina ha fatto, pressa a poco, le cose che -miz- proponeva nel suo pseudo-programma.
E adesso hanno il culo bruciato. Adesso non trovo un dato sulla disoccupazione, ma mi sembra fosse enormemente alto.
E adesso hanno il culo bruciato. Adesso non trovo un dato sulla disoccupazione, ma mi sembra fosse enormemente alto.
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Re: "NO alle banche" curiosità da ignorantone
No, la disoccupazione è forse l'unico problema che non hanno, o almeno rispetto al dato del 2001 le cose sono nettamente migliorate, visto che sono intorno al 7%.
Il problema è più un'inflazione allucinante intorno al 30%
http://www.repubblica.it/economia/2013/ ... -51892883/
Il problema è più un'inflazione allucinante intorno al 30%
http://www.repubblica.it/economia/2013/ ... -51892883/
Re: "NO alle banche" curiosità da ignorantone
notare le terrificanti somiglianze delle misure prese dal governo che portò al default argentino e la nostra attuale condizioni,stiamo facendo le solite identiche cose
Passare da quasi metà popolazione in povertà ad una crescita economica media del 6% nel giro di un decennio non è impossibile; è ciò che è avvenuto in Argentina nel corso della sua incredibile storia economica. Oggi l’Argentina è la terza economia dell’America latina e la ventottesima al mondo ma ciò che è più importante è che oggi viene considerata un paese in via di sviluppo solido e stabile, contrariamente ad una storia politica ed economica travagliata che, a partire dal 1976, subì la dittatura militare di Jorge Videla, noto per essere l’artefice dell’atroce fenomeno dei desaparecidos. Dopo sette anni il paese torna alla democrazia da cui emergono due protagonisti fondamentali: Carlos Menem, presidente dal 1989 al 1999 e Néstor Kirchner, presidente dal 2003 al 2007.
La causa principale della crisi argentina, che raggiunse il suo apice nel biennio 2001-2002, è senz’altro riconducibile alla politica economica del presidente Menem. Nel 1991 il governo istituì quello che viene definito un “Currency Board”, ossia la parità forzata della moneta locale con una valuta più forte. Il valore del Peso, la moneta argentina, venne rigidamente fatto pareggiare a quello del Dollaro americano. Con questa decisione la Banca Centrale argentina perse il controllo sulla politica monetaria nazionale in quanto, chiaramente, il valore della valuta nazionale dipendeva esclusivamente dalla riserva di Dollari nelle casse argentine che, in qualunque momento, avrebbe dovuto garantirne la convertibilità. In parole povere significò per l’Argentina dipendere strettamente dai prestiti del Fondo Monetario Internazionale, perdendo volontariamente la propria indipendenza economica.
Nel breve termine il Currency Board ha avuto senza dubbio effetti positivi. Fino al 1991 il valore del Peso era estremamente fluttuante e l’inflazione aveva raggiunto livelli altissimi. In generale però questa politica monetaria pone degli irrimediabili freni alla crescita del paese. Il principale obiettivo infatti fu proprio quello di interrompere la continua svalutazione della moneta argentina. Essendo legato al Dollaro, il suo valore vantava una forza tale da poter facilitare e favorire le importazioni a discapito però delle esportazioni che divennero sempre più svantaggiose. Per attirare l’afflusso di dollari nelle riserve argentine inoltre il governo dovette alzare i tassi d’interesse sui titoli pubblici e privati che, nel lungo termine, rappresenta un costo sempre maggiore del denaro. Dovrebbe essere chiaro però come un tasso di cambio fisso fra monete di economie così diverse sia un grandissimo rischio in quanto, malgrado gli evidenti vantaggi di una valuta forte, esso non rappresenta il valore effettivo della moneta nazionale. Il Peso argentino non avrebbe mai potuto reggere a lungo una valutazione così alta soprattutto considerando la dipendenza dell’economia del paese con le esportazioni. Alla fine degli anni novanta la fragilità del sistema monetario argentino divenne evidente a causa di un avvenimento imprevisto: la moneta del Brasile, il Real, subì una svalutazione di quasi il 50% rispetto al dollaro americano. Questo significò che il costo delle esportazioni in Brasile da parte dell’Argentina, da cui dipendeva la maggioranza delle esportazioni, raddoppiò, lanciando il paese in un’inesorabile recessione.
Il nuovo presidente, succeduto a Menem, tentò invano di risanare i conti pubblici. Nei fatti però la politica economica argentina era guidata dai dettami del Fondo Monetario Internazionali che stanziò nel 2000 un prestito di 40 miliardi di dollari, aggiungendone altri 20 pochi mesi dopo. Lo scopo era di garantire la fiducia nei mercati a tutti i costi in quanto il paese non avrebbe mai potuto permettersi una fuga di capitale dalle riserve nazionali. Il governo insieme al Fmi istituirono una serie di misure di austerità come l’innalzamento delle tasse, tagli alla spesa pubblica, aumento dell’età pensionabile e un abbassamento degli stipendi dei dipendenti pubblici del 30%. L’obiettivo del governo era di ottenere la parità di bilancio, ossia entrate superiori alle uscite. La verità è che queste misure, di cui oggi siamo continuamente testimoni in Grecia come anche in Italia, hanno il solo scopo di garantire la solvenza del debito pubblico verso le banche e gli investitori; tutto ciò non solo è a discapito dell’impoverimento generale della popolazione ma soprattutto viene ottenuto indebitando il paese con il Fondo Monetario Internazionale.
La recessione non si fermò e raggiunse il suo apice nel 2001. La crescita economica alla fine dell’anno era del -14.7%, il tasso di disoccupazione aveva superato il 20% e quasi metà della popolazione era sotto la soglia di povertà. Il governo approvò una legge che vietava di ritirare dal proprio conto bancario più di mille Peso al mese (che col cambio attuale equivarrebbero a meno di duecento euro). Non restò altro da fare per l’Argentina che dichiararsi in default, ossia l’insolvenza del proprio debito. L’Argentina si trovò ad affrontare una crisi senza precedenti e la politica si dimostrò totalmente paralizzata, basti sapere che alle dimissioni del presidente nel dicembre 2001 si succedettero cinque presidenti nel giro di due settimane. Nel 2002 venne presa la coraggiosa decisione, seppur obbligata, di abbandonare il sistema del Currency Board svincolando definitivamente il Peso dal Dollaro. Questo ebbe l’immediato effetto di svalutare la moneta argentina tanto che l’inflazione in quell’anno raggiunse il 41%. Sicuramente si trattava del periodo più buio della storia economica argentina ma rappresentò anche un giro di boa per la politica del paese che necessitava di risollevarsi.
Nel 2003 Néstor Kirchner venne eletto presidente dell’Argentina con solo il 22% delle preferenze in quanto al ballottaggio il suo antagonista, l’ex capo del governo Menem, decise di non presentarsi. Il nuovo governo si trovava quindi in una posizione di estrema fragilità eppure Kirchner diede esempio di grande coraggio riuscendo ad uscire dalla crisi economica, con una velocità tale da far considerare il suo unico mandato, terminato nel 2007, come un vero e proprio miracolo economico. La politica economica di Néstor Kirchner per la verità fu in linea con quella del suo immediato predecessore tanto che ne mantenne lo stesso ministro dell’Economia; oltre alle misure di austerità il presidente volle rendere chiaro il suo sforzo in ambito sociale portando ad un aumento degli stipendi della fascia più povera della popolazione o, ad esempio, istituendo leggi che vietassero lo sfratto o agevolassero i mutui sulle case per le classi meno abbienti. Queste misure però avevano lo scopo di garantirne la popolarità. Il grande obiettivo raggiunto da Kirchner fu la riduzione del debito pubblico ottenuta dalla sua “guerra” contro il Fondo Monetario Internazionale. Per prima cosa riuscì a raggiungere l’accordo di un pagamento posticipato del debito e, nel 2005, ristrutturò l’intero debito nazionale rifinanziandolo con l’immissione di titoli di stato con un valore nominale ridotto del 76%. Nel 2006 l’Argentina annunciò che avrebbe ripagato con una sola transazione il suo debito restante con il FMI che ammontava a quasi dieci miliardi di dollari. Il pagamento del debito al Fmi ebbe grandi ripercussioni positive a livello politico; Kirchner venne visto come un liberatore della nazione e, come sperato, ci fu un’immediata risposta nei mercati e nell’economia interna, tanto che in quegli anni l’Argentina registrò una crescita economica vicina al 10%, seconda al mondo soltanto alla Cina.
Oggi la politica di successo di Néstor Kirchner, morto nel 2010, viene portata avanti da sua moglie, Cristina Fernandez, eletta presidente nel 2007 con il 42% di preferenze. Alla fine del 2011 la crescita economica era del 7.3%, il tasso di disoccupazione è sceso sotto il 10% ed il debito pubblico ha raggiunto come valore di sostenibilità il 43% del prodotto interno lordo. Il miracolo economico argentino è certamente dovuto soprattutto alle grandi potenzialità e risorse di cui il Paese dispone, petrolio in primis come anche l’esportazione di prodotto agricoli. Certamente uno degli aspetti più interessanti oggi riguarda la dannosa ingerenza del Fondo Monetario Internazionale con la politica economica argentina negli anni 90, ponendo seri dubbi sulla sua efficacia e legittimità di manovratore incontrollato della moneta nel mondo.
http://www.lintellettualedissidente.it/ ... economico/
Passare da quasi metà popolazione in povertà ad una crescita economica media del 6% nel giro di un decennio non è impossibile; è ciò che è avvenuto in Argentina nel corso della sua incredibile storia economica. Oggi l’Argentina è la terza economia dell’America latina e la ventottesima al mondo ma ciò che è più importante è che oggi viene considerata un paese in via di sviluppo solido e stabile, contrariamente ad una storia politica ed economica travagliata che, a partire dal 1976, subì la dittatura militare di Jorge Videla, noto per essere l’artefice dell’atroce fenomeno dei desaparecidos. Dopo sette anni il paese torna alla democrazia da cui emergono due protagonisti fondamentali: Carlos Menem, presidente dal 1989 al 1999 e Néstor Kirchner, presidente dal 2003 al 2007.
La causa principale della crisi argentina, che raggiunse il suo apice nel biennio 2001-2002, è senz’altro riconducibile alla politica economica del presidente Menem. Nel 1991 il governo istituì quello che viene definito un “Currency Board”, ossia la parità forzata della moneta locale con una valuta più forte. Il valore del Peso, la moneta argentina, venne rigidamente fatto pareggiare a quello del Dollaro americano. Con questa decisione la Banca Centrale argentina perse il controllo sulla politica monetaria nazionale in quanto, chiaramente, il valore della valuta nazionale dipendeva esclusivamente dalla riserva di Dollari nelle casse argentine che, in qualunque momento, avrebbe dovuto garantirne la convertibilità. In parole povere significò per l’Argentina dipendere strettamente dai prestiti del Fondo Monetario Internazionale, perdendo volontariamente la propria indipendenza economica.
Nel breve termine il Currency Board ha avuto senza dubbio effetti positivi. Fino al 1991 il valore del Peso era estremamente fluttuante e l’inflazione aveva raggiunto livelli altissimi. In generale però questa politica monetaria pone degli irrimediabili freni alla crescita del paese. Il principale obiettivo infatti fu proprio quello di interrompere la continua svalutazione della moneta argentina. Essendo legato al Dollaro, il suo valore vantava una forza tale da poter facilitare e favorire le importazioni a discapito però delle esportazioni che divennero sempre più svantaggiose. Per attirare l’afflusso di dollari nelle riserve argentine inoltre il governo dovette alzare i tassi d’interesse sui titoli pubblici e privati che, nel lungo termine, rappresenta un costo sempre maggiore del denaro. Dovrebbe essere chiaro però come un tasso di cambio fisso fra monete di economie così diverse sia un grandissimo rischio in quanto, malgrado gli evidenti vantaggi di una valuta forte, esso non rappresenta il valore effettivo della moneta nazionale. Il Peso argentino non avrebbe mai potuto reggere a lungo una valutazione così alta soprattutto considerando la dipendenza dell’economia del paese con le esportazioni. Alla fine degli anni novanta la fragilità del sistema monetario argentino divenne evidente a causa di un avvenimento imprevisto: la moneta del Brasile, il Real, subì una svalutazione di quasi il 50% rispetto al dollaro americano. Questo significò che il costo delle esportazioni in Brasile da parte dell’Argentina, da cui dipendeva la maggioranza delle esportazioni, raddoppiò, lanciando il paese in un’inesorabile recessione.
Il nuovo presidente, succeduto a Menem, tentò invano di risanare i conti pubblici. Nei fatti però la politica economica argentina era guidata dai dettami del Fondo Monetario Internazionali che stanziò nel 2000 un prestito di 40 miliardi di dollari, aggiungendone altri 20 pochi mesi dopo. Lo scopo era di garantire la fiducia nei mercati a tutti i costi in quanto il paese non avrebbe mai potuto permettersi una fuga di capitale dalle riserve nazionali. Il governo insieme al Fmi istituirono una serie di misure di austerità come l’innalzamento delle tasse, tagli alla spesa pubblica, aumento dell’età pensionabile e un abbassamento degli stipendi dei dipendenti pubblici del 30%. L’obiettivo del governo era di ottenere la parità di bilancio, ossia entrate superiori alle uscite. La verità è che queste misure, di cui oggi siamo continuamente testimoni in Grecia come anche in Italia, hanno il solo scopo di garantire la solvenza del debito pubblico verso le banche e gli investitori; tutto ciò non solo è a discapito dell’impoverimento generale della popolazione ma soprattutto viene ottenuto indebitando il paese con il Fondo Monetario Internazionale.
La recessione non si fermò e raggiunse il suo apice nel 2001. La crescita economica alla fine dell’anno era del -14.7%, il tasso di disoccupazione aveva superato il 20% e quasi metà della popolazione era sotto la soglia di povertà. Il governo approvò una legge che vietava di ritirare dal proprio conto bancario più di mille Peso al mese (che col cambio attuale equivarrebbero a meno di duecento euro). Non restò altro da fare per l’Argentina che dichiararsi in default, ossia l’insolvenza del proprio debito. L’Argentina si trovò ad affrontare una crisi senza precedenti e la politica si dimostrò totalmente paralizzata, basti sapere che alle dimissioni del presidente nel dicembre 2001 si succedettero cinque presidenti nel giro di due settimane. Nel 2002 venne presa la coraggiosa decisione, seppur obbligata, di abbandonare il sistema del Currency Board svincolando definitivamente il Peso dal Dollaro. Questo ebbe l’immediato effetto di svalutare la moneta argentina tanto che l’inflazione in quell’anno raggiunse il 41%. Sicuramente si trattava del periodo più buio della storia economica argentina ma rappresentò anche un giro di boa per la politica del paese che necessitava di risollevarsi.
Nel 2003 Néstor Kirchner venne eletto presidente dell’Argentina con solo il 22% delle preferenze in quanto al ballottaggio il suo antagonista, l’ex capo del governo Menem, decise di non presentarsi. Il nuovo governo si trovava quindi in una posizione di estrema fragilità eppure Kirchner diede esempio di grande coraggio riuscendo ad uscire dalla crisi economica, con una velocità tale da far considerare il suo unico mandato, terminato nel 2007, come un vero e proprio miracolo economico. La politica economica di Néstor Kirchner per la verità fu in linea con quella del suo immediato predecessore tanto che ne mantenne lo stesso ministro dell’Economia; oltre alle misure di austerità il presidente volle rendere chiaro il suo sforzo in ambito sociale portando ad un aumento degli stipendi della fascia più povera della popolazione o, ad esempio, istituendo leggi che vietassero lo sfratto o agevolassero i mutui sulle case per le classi meno abbienti. Queste misure però avevano lo scopo di garantirne la popolarità. Il grande obiettivo raggiunto da Kirchner fu la riduzione del debito pubblico ottenuta dalla sua “guerra” contro il Fondo Monetario Internazionale. Per prima cosa riuscì a raggiungere l’accordo di un pagamento posticipato del debito e, nel 2005, ristrutturò l’intero debito nazionale rifinanziandolo con l’immissione di titoli di stato con un valore nominale ridotto del 76%. Nel 2006 l’Argentina annunciò che avrebbe ripagato con una sola transazione il suo debito restante con il FMI che ammontava a quasi dieci miliardi di dollari. Il pagamento del debito al Fmi ebbe grandi ripercussioni positive a livello politico; Kirchner venne visto come un liberatore della nazione e, come sperato, ci fu un’immediata risposta nei mercati e nell’economia interna, tanto che in quegli anni l’Argentina registrò una crescita economica vicina al 10%, seconda al mondo soltanto alla Cina.
Oggi la politica di successo di Néstor Kirchner, morto nel 2010, viene portata avanti da sua moglie, Cristina Fernandez, eletta presidente nel 2007 con il 42% di preferenze. Alla fine del 2011 la crescita economica era del 7.3%, il tasso di disoccupazione è sceso sotto il 10% ed il debito pubblico ha raggiunto come valore di sostenibilità il 43% del prodotto interno lordo. Il miracolo economico argentino è certamente dovuto soprattutto alle grandi potenzialità e risorse di cui il Paese dispone, petrolio in primis come anche l’esportazione di prodotto agricoli. Certamente uno degli aspetti più interessanti oggi riguarda la dannosa ingerenza del Fondo Monetario Internazionale con la politica economica argentina negli anni 90, ponendo seri dubbi sulla sua efficacia e legittimità di manovratore incontrollato della moneta nel mondo.
http://www.lintellettualedissidente.it/ ... economico/
Re: "NO alle banche" curiosità da ignorantone
L'Argentina
Fondamentalmente quanto penso al riguardo è già stato scritto qui.
http://www.lettera43.it/economia/macro/ ... 551811.htm
http://johnnycloaca.blogspot.it/2012/10 ... ntina.html
Fondamentalmente quanto penso al riguardo è già stato scritto qui.
http://www.lettera43.it/economia/macro/ ... 551811.htm
http://johnnycloaca.blogspot.it/2012/10 ... ntina.html
Re: "NO alle banche" curiosità da ignorantone
Riguardo all'Islanda in Italia c'è parecchia disinformazione..e non solo data da quel fesso di Grillo:
La realtà già detta è che hanno rifiutato di pagare il debito privato accumulato da alcune banche, è intervenuto l'FMI che sta aiutando loro a superare i problemi con l'altro debito, quello pubblico sin dal 2008.
Il debito pubblico che è aumentato considerevolmente e gli islandesi non potevano riuscire a sostenere quelle rate.
http://www.indexmundi.com/iceland/public_debt.html
http://www.indexmundi.com/g/r.aspx?c=ic&v=143
http://www.tradingeconomics.com/iceland ... ebt-to-gdp
Poi va beh, quanto han fatto a livello legale, è anche stato possibile per via della ridottissima economia locale e da una grande voglia del popolo di superare e di non dover riaffrontare(cosa che l'Argentina invece sta facendo) il problema delle ingerenze finanziarie
Poi ricordiamo che a far bene come dati l'Islanda è comparabile a quella del Friuli Venezia Giulia(anche se penso che il Friuli sia più grande).
La realtà già detta è che hanno rifiutato di pagare il debito privato accumulato da alcune banche, è intervenuto l'FMI che sta aiutando loro a superare i problemi con l'altro debito, quello pubblico sin dal 2008.
Il debito pubblico che è aumentato considerevolmente e gli islandesi non potevano riuscire a sostenere quelle rate.
http://www.indexmundi.com/iceland/public_debt.html
http://www.indexmundi.com/g/r.aspx?c=ic&v=143
http://www.tradingeconomics.com/iceland ... ebt-to-gdp
Poi va beh, quanto han fatto a livello legale, è anche stato possibile per via della ridottissima economia locale e da una grande voglia del popolo di superare e di non dover riaffrontare(cosa che l'Argentina invece sta facendo) il problema delle ingerenze finanziarie
Poi ricordiamo che a far bene come dati l'Islanda è comparabile a quella del Friuli Venezia Giulia(anche se penso che il Friuli sia più grande).