Perché alcuni wrestler muoiono così giovani?

Indie ring wrestling
Contenuti dell'articolo

La morte di PAC riaccende il dibattito sulla longevità dei wrestler, tra problemi cardiovascolari, ritmi di lavoro, traumi e abuso di sostanze.


La morte di Benjamin Satterley, conosciuto nel mondo del wrestling come PAC e durante la sua esperienza in WWE come Adrian Neville, ha riportato l’attenzione su una questione che da decenni accompagna il mondo del wrestling: l’elevato numero di wrestler scomparsi prematuramente.

Satterley è morto il 27 settembre 2026 all’età di 40 anni, meno di 24 ore dopo aver disputato un incontro ad AEW All Out. La sua morte è stata confermata da AEW, ma la causa del decesso non è stata resa pubblica. Il Cook County Medical Examiner ha effettuato l’autopsia e gli ulteriori esami necessari per determinare la causa della morte erano ancora in corso.

È quindi importante non stabilire alcun collegamento tra la morte di PAC e i fattori di rischio analizzati in questo articolo.

PAC aveva però alle spalle una carriera lunga oltre vent’anni. Dopo gli inizi nel 2004 e diversi anni trascorsi nel circuito indipendente, nel 2012 firmò con la WWE, dove combatté con il nome di Adrian Neville. Durante la sua esperienza nella compagnia conquistò l’NXT Championship e il Cruiserweight Championship, prima di approdare in AEW nel 2019. Qui sarebbe diventato il primo AEW All Atlantic Champion e un due volte AEW World Trios Champion.

La sua morte offre quindi l’occasione per affrontare una questione molto più ampia: quanto può incidere una carriera nel wrestling sulla salute a lungo termine di chi la pratica?

Una professione che mette a dura prova il corpo

Il wrestling professionistico è uno spettacolo predeterminato, ma gli impatti fisici sono reali.

Cadute, proiezioni, colpi, allenamenti e ripetizione delle stesse manovre per molti anni sottopongono il corpo a uno stress considerevole. A questo bisogna aggiungere i viaggi continui, gli orari irregolari, gli infortuni e, in alcuni periodi della storia del settore, una cultura professionale che rendeva difficile fermarsi quando si era infortunati.

Uno dei primi studi epidemiologici importanti sul tema è stato pubblicato nel 2014 su PLOS ONE. I ricercatori analizzarono 557 wrestler professionisti uomini attivi tra il 1985 e il 2011. Nel periodo osservato morirono 62 componenti del campione.

Le malattie cardiovascolari rappresentavano la principale categoria di morte, pari al 38 per cento dei decessi. Lo studio rilevava inoltre tassi di mortalità significativamente superiori rispetto alla popolazione maschile generale per alcune categorie. La mortalità cardiovascolare risultava 15,1 volte superiore, quella legata alle overdose 122,7 volte superiore, e quella per cancro 6,4 volte superiore rispetto ai gruppi di confronto utilizzati dai ricercatori.

Lo studio individuava inoltre un’associazione tra BMI e rischio di morte, pur sottolineando i limiti dell’utilizzo dell’indice di massa corporea negli atleti caratterizzati da una grande quantità di massa muscolare.

Cosa ci dice la ricerca più recente

Nel 2026 è arrivato uno studio ancora più ampio, pubblicato su Occupational & Environmental Medicine.

I ricercatori hanno analizzato 1.012 wrestler, uomini e donne, che hanno lavorato per la WWE o per le sue precedenti entità tra il 1953 e il 2024.

Il risultato principale è stato una differenza di longevità di circa 2,91 anni rispetto a persone della popolazione generale statunitense comparabili per età e sesso.

Le principali categorie di cause di morte individuate nello studio erano le malattie cardiovascolari, pari al 40,8 per cento, le cause esterne, tra cui overdose e suicidio, pari al 23,6 per cento, i tumori, pari al 12,1 per cento, e le malattie del sistema nervoso, pari al 5,7 per cento.

Tra le cause esterne, i ricercatori hanno identificato 14 morti per overdose e 8 suicidi.

Lo studio ha inoltre trovato un’associazione tra maggiore intensità dell’esposizione ai match e minore probabilità di sopravvivenza, oltre a un’associazione significativa con l’obesità.

È importante, però, non trasformare questi risultati in un rapporto di causa ed effetto. Si tratta di uno studio osservazionale e quindi un’associazione statistica non dimostra che il numero di match sia direttamente responsabile della morte di un atleta.

Esiste inoltre un limite importante: il campione comprende wrestler che hanno lavorato per la WWE o per le sue precedenti organizzazioni e non rappresenta necessariamente l’intero wrestling professionistico mondiale.

Alcuni dei wrestler morti prematuramente

La storia del wrestling è purtroppo ricca di wrestler diventati famosissimi e scomparsi a un’età molto più bassa rispetto all’aspettativa di vita della popolazione generale.

Tra i casi più conosciuti si possono ricordare:

  • Owen Hart, morto a 34 anni nel 1999 dopo un incidente durante WWF Over the Edge.

  • Eddie Guerrero, morto a 38 anni nel 2005.

  • Chris Benoit, morto a 40 anni nel 2007.

  • Umaga, morto a 36 anni nel 2009.

  • Mitsuharu Misawa, morto a 46 anni nel 2009 dopo essere rimasto privo di sensi durante un incontro.

  • Test, morto a 33 anni nel 2009.

  • Chris Candido, morto a 33 anni nel 2005.

  • Brian Pillman, morto a 35 anni nel 1997.

  • Curt Hennig, conosciuto come Mr. Perfect, morto a 44 anni nel 2003.

  • Luke Harper, conosciuto successivamente in AEW come Brodie Lee, morto a 41 anni nel 2020.

  • Bray Wyatt, morto a 36 anni nel 2023.

  • Jay Briscoe, morto a 38 anni nel 2023.

  • PAC, morto a 40 anni nel 2026.

Sono storie molto diverse tra loro e le cause dei singoli decessi non possono essere ricondotte automaticamente alla pratica del wrestling. Proprio questa differenza è importante: alcuni morirono per problemi cardiovascolari, altri per malattie, incidenti, overdose o altre circostanze.

Il semplice elenco di morti premature, quindi, non dimostra che il wrestling sia la causa dei decessi. Rappresenta però il contesto nel quale sono nate le ricerche sulla longevità dei performer.

Il problema non è soltanto ciò che accade durante un match

Quando si parla dei rischi del wrestling, è naturale concentrarsi sugli incidenti.

Ma una carriera professionistica comprende molto altro.

Un wrestler può trascorrere anni affrontando allenamenti intensi, incontri frequenti, viaggi continui e periodi di recupero limitati. A tutto questo possono aggiungersi stress psicologico, infortuni, difficoltà nel mantenere un sonno regolare e la pressione di continuare a lavorare.

Non è possibile stabilire che ognuno di questi elementi provochi direttamente una determinata malattia. È però importante considerarli quando si analizza la salute di una categoria professionale sottoposta per anni a un’attività fisicamente impegnativa.

La ricerca più recente è interessante proprio per questo motivo: invece di concentrarsi soltanto sulle morti avvenute durante gli incontri, considera la longevità complessiva dei wrestler.

I ritmi di lavoro

Per molti anni il calendario del wrestling professionistico è stato estremamente intenso.

I wrestler delle generazioni precedenti potevano trascorrere gran parte dell’anno in viaggio, partecipando sia agli show televisivi sia ai numerosi house show organizzati dalle compagnie.

Il problema, però, non dovrebbe essere ridotto a un semplice confronto tra il numero di incontri disputati da un wrestler degli anni Ottanta e quello di un wrestler contemporaneo. I database storici possono avere dati incompleti e criteri differenti nel conteggio degli incontri.

Esiste invece un dato scientifico più interessante.

Lo studio del 2026 ha considerato il numero di match disputati nel corso della carriera come uno degli indicatori dell’esposizione professionale. I ricercatori hanno trovato un’associazione significativa tra una maggiore intensità di esposizione agli incontri e la sopravvivenza.

Questo non significa che più match equivalgano automaticamente a una morte prematura. Un wrestler che disputa molti incontri può avere caratteristiche diverse rispetto a uno che ne disputa pochi e molte variabili possono influenzare contemporaneamente la salute.

Il dato suggerisce però che il carico di lavoro merita di essere considerato quando si studia la longevità dei wrestler.

Quando il rischio arriva dal ring

Gli incidenti sul ring rappresentano un’altra componente della questione.

Il wrestling è predeterminato per quanto riguarda il risultato e la costruzione dello spettacolo, ma le conseguenze fisiche delle manovre sono reali. Una caduta sbagliata o un movimento eseguito in modo scorretto possono provocare lesioni gravi.

Uno dei casi più drammatici è quello di Mitsuharu Misawa, morto nel 2009 a 46 anni dopo essere rimasto privo di sensi durante un incontro della Pro Wrestling NOAH.

Misawa aveva subito un back suplex da Akitoshi Saito. Fu immediatamente soccorso, ma non fu possibile salvarlo.

Il caso è spesso citato quando si parla dei rischi delle manovre ad alto impatto, ma è più prudente non presentarlo semplicemente come una morte causata da un suplex senza distinguere la dinamica dell’incidente dalle conclusioni medico legali.

Un altro caso frequentemente citato è quello di Gary Albright.

Albright non morì a causa di un RKO, come talvolta viene riportato. Il wrestler collassò durante un incontro nel 2000 e la causa della morte fu indicata come un attacco cardiaco. Erano inoltre presenti problemi di salute, tra cui diabete, un cuore ingrossato e patologie delle arterie coronarie.

Il caso di Albright è quindi molto più utile per comprendere il problema cardiovascolare che non quello degli incidenti provocati da una specifica manovra.

Traumi alla testa e problemi neurologici

Un’altra questione riguarda i traumi cranici.

Nel wrestling le commozioni cerebrali e gli impatti alla testa rappresentano un problema particolarmente delicato, anche perché un atleta può essere sottoposto a numerosi traumi nel corso di una carriera molto lunga.

La ricerca del 2026 ha individuato le malattie neurodegenerative tra le principali categorie di cause di morte nel campione analizzato.

Questo dato merita attenzione, ma non significa che ogni malattia neurodegenerativa riscontrata nei wrestler sia stata provocata dai colpi ricevuti sul ring.

È quindi più corretto parlare di una possibile relazione tra esposizione ai traumi e salute neurologica, evitando di trasformare una correlazione epidemiologica in una certezza causale.

Il peso dell’abuso di sostanze

La storia del wrestling è inoltre caratterizzata da numerosi casi di abuso di droghe, farmaci e alcol.

Lo studio del 2014 aveva già evidenziato una mortalità per overdose particolarmente elevata rispetto alla popolazione generale.

Anche lo studio del 2026 conferma l’importanza di questo problema. Nel campione analizzato, le overdose rappresentavano una parte significativa delle morti classificate come cause esterne.

Tra i casi storici più conosciuti c’è Mike Von Erich, morto a 23 anni nel 1987 per un’overdose di Placidyl. In questo caso è importante specificare che si trattò di un suicidio.

Un altro caso è quello di Crash Holly, morto nel 2003 a 32 anni. La sua morte è stata associata a un’overdose, ma è preferibile evitare di attribuire il decesso a una singola sostanza senza una documentazione medico legale sufficientemente precisa.

Anche Eddie Guerrero, morto nel 2005 a 38 anni, è diventato uno dei simboli delle conseguenze dell’abuso di sostanze nella storia del wrestling. La causa immediata della sua morte fu un’insufficienza cardiaca acuta. La sua storia comprendeva inoltre un passato di abuso di alcol e farmaci, ma questi elementi non devono essere trasformati automaticamente nella causa del suo decesso.

La risposta della WWE

Negli anni Duemila la WWE introdusse cambiamenti importanti nella gestione sanitaria dei propri wrestler.

Nel 2006 la compagnia introdusse il Wellness Program, comprendente controlli sulle sostanze e sugli steroidi e un programma di monitoraggio cardiovascolare.

Negli anni successivi il sistema è stato ampliato con ulteriori controlli medici e cardiovascolari, test sulle sostanze e valutazioni della salute degli atleti.

Questi cambiamenti rappresentano una differenza importante rispetto ad alcune fasi del passato, ma non permettono da soli di stabilire quale sia stato il loro effetto sulla mortalità complessiva.

Inoltre, la WWE rappresenta soltanto una parte del settore. Un wrestler che lavora per una grande compagnia internazionale può avere accesso a risorse mediche molto diverse rispetto a un performer che lavora prevalentemente nel circuito indipendente.

Non esiste una sola spiegazione

A questo punto diventa evidente perché sia difficile rispondere alla domanda iniziale con una singola causa.

I dati disponibili indicano una combinazione di fattori: malattie cardiovascolari, elevata esposizione fisica, carichi di lavoro intensi, possibili conseguenze dei traumi, malattie neurologiche, obesità, overdose, suicidi e altri fattori personali e ambientali.

Alcuni di questi elementi possono essere collegati alle caratteristiche della professione. Altri dipendono dalla storia personale del singolo atleta. In molti casi più fattori possono contribuire contemporaneamente.

Ed è proprio questo il punto più importante.

Una morte a 40 anni, come quella di PAC, non dimostra da sola che il wrestling abbia provocato il decesso. Nel suo caso, al momento, la causa della morte non è ancora stata resa pubblica.

Ma il fatto che la causa della morte di un singolo wrestler non sia conosciuta non cancella ciò che sappiamo sul fenomeno generale.

Due studi epidemiologici, condotti a più di dieci anni di distanza e su campioni differenti, hanno evidenziato una mortalità prematura superiore rispetto alle popolazioni di riferimento e hanno individuato in particolare le malattie cardiovascolari, le cause esterne e altri problemi di salute come componenti importanti del fenomeno.

Un wrestling più attento alla salute

Il wrestling professionistico ha fatto passi avanti rispetto al passato, ma la storia della disciplina dimostra quanto sia importante continuare a interrogarsi sulle condizioni nelle quali lavorano i performer.

La sicurezza non riguarda soltanto la possibilità che una determinata manovra venga eseguita correttamente.

Riguarda anche il numero di incontri, i tempi di recupero, la gestione degli infortuni, il sonno, la salute cardiovascolare, l’accesso alle cure e la possibilità per un wrestler di fermarsi quando il proprio corpo ne ha bisogno.

Il caso di PAC rende questa discussione ancora più delicata. È morto a soli 40 anni dopo una carriera iniziata oltre vent’anni prima, ma non sappiamo ancora quale sia stata la causa del decesso. Trasformare la sua morte in una prova contro il wrestling sarebbe quindi scorretto.

La sua scomparsa può però riportare l’attenzione su una domanda che riguarda l’intero settore: quanto è sostenibile, per il corpo umano, una carriera costruita per anni su viaggi, allenamenti, prestazioni fisiche e recupero continuo?

Le ricerche disponibili suggeriscono che sia una domanda legittima.

Non perché esista una singola spiegazione per le morti premature dei wrestler, ma perché diversi fattori di rischio possono accumularsi nel corso di una carriera.

Proteggere chi sale sul ring significa quindi non soltanto ridurre il rischio di incidenti spettacolari. Significa anche garantire condizioni di lavoro nelle quali gli atleti possano curarsi, recuperare e costruire una carriera senza considerare la propria salute come il prezzo inevitabile dello spettacolo.

Lo spunto del video

L’idea per questo approfondimento nasce da un video pubblicato su YouTube dedicato proprio al tema delle morti premature nel mondo del wrestling.

Il video rappresenta lo spunto iniziale dell’articolo, mentre i dati e le informazioni riportati sono stati verificati e aggiornati attraverso le fonti scientifiche e giornalistiche indicate di seguito. Alcuni elementi presenti nel materiale originale sono stati corretti alla luce delle fonti disponibili.

Fonti

  • Jakob Shean, Satya Vedantam e Reidar P. Lystad, “Survival and longevity in professional wrestlers: a retrospective cohort study”, Occupational & Environmental Medicine, 2026. https://oem.bmj.com/content/83/2/107.long

  • Christopher W. Herman, Anna S. C. Conlon, Melvyn Rubenfire, Andrew R. Burghardt e Stephen J. McGregor, “The Very High Premature Mortality Rate among Active Professional Wrestlers Is Primarily Due to Cardiovascular Disease”, PLOS ONE, 2014. https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC4220919/

  • PubMed, scheda bibliografica dello studio del 2026. https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/41951401/

  • Associated Press, “Wrestler Benjamin Satterley, known as ‘Pac,’ dies at 40”, 28 settembre 2026. https://abcnews.com/Entertainment/wireStory/wrestler-benjamin-satterley-pac-dies-40-136816862

  • ABC7 Chicago, ricostruzione della morte di Benjamin Satterley e informazioni del Cook County Medical Examiner, 29 settembre 2026. https://abc7chicago.com/post/benjamin-satterley-death-wrestler-known-pac-dies-day-aew-competition-chicago/19883443/

  • WWE, informazioni ufficiali sul Wellness Program e sulle politiche sanitarie della compagnia. https://www.wwe.com/inside/news/archive/drugpolicy & https://www.wwe.com/faq

  • Video YouTube che ha fornito lo spunto iniziale per questo approfondimento: Why Wrestlers Are Dying So Young del canale Wrestlelamia.

Autore

  • Niccolò Trevisani

    “Wrestling is not a love story, it’s a Fairy Tale for masochists. A comedy for people who criticize punchlines. A fantasy most can’t understand, a spectacle no one can deny." - W. Rotunda

Scritto da Niccolò Trevisani
Parliamo di: , , ,