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WWE PLANET #828  

by Daniele La Spina
 


Amiche ed amici di Tuttowrestling, il vostro lunedì non è stato esattamente l’inizio di settimana che sognavate. Money In The Bank ha ancora una volta lasciata l’amaro in bocca, pur non essendo un pessimo PPV in toto, e se siete fan del Trono di Spade non avete nemmeno potuto guardare tutti gli altri con l’aria di superiorità e distacco miste a comprensione di chi quella sensazione la vive ogni mese. Questo compreso.





MITB non è stato esattamente ciò che ci si aspettava ma anche sì. E questo racchiude tutta la WWE del momento. È stato sorprendente? Inevitabilmente sì, nel seno strettamente letterale del termine. Ha avuto dei buoni spunti sul piano del lottato? A tratti sì, anche se aiutata dalle stipulazioni. Ha rispettato le aspettative? Sicuramente, in tutto e per tutto. È un PPV da valutare positivamente? Assolutamente no. Perché è stato sorprendente, ma si sarebbe volentieri fatto a meno delle sorprese che abbiamo ricevuto. Ha dato buoni spunti sul ring, quasi esclusivamente legati alle stipulazioni speciali con scale e gabbie e comunque sono stati colpi sparati abbastanza nel vuoto, non raccontanti sul ring e non contestualizzati. Dunque ha ampiamente rispettato le aspettative: ci si attendeva un evento sciapo e il sale è mancato per larghi tratti, una svolta considerevole non è arrivata se non dove non era richiesta o, per giunta, indesiderata. Il fatto che il grosso di questo MITB scivoli come acqua sul marmo è quasi una nota positiva: lo fa perché poco era l’interesse attorno a gran parte della card e visto che quel poco che resta lo fa perché lascia brutti ricordi, allora era preferibile un evento senza infamia e senza gloria. Un po’ come la categoria Tag Team, assente ingiustificata dell’evento e per questo forse rimandata in contumacia, anche se con un modus operandi che ha più i tratti dell’accanimento terapeutico che della conservazione. A tutto questo si sottrae quasi esclusivamente il feud – e di conseguenza il match – tra The Miz e Shane McMahon. Pur non essendo l’originalità fatta a rivalità, è incoraggiante vedere come la storia si regga da sola, vada avanti con fluidità e per ora non stufi, trovando il modo di intrecciarsi in maniera organica ad altri personaggi e momenti e risultando anche ben portata avanti sul ring, per qualità ed esiti. Forse tocca in casa base anche Kingston-Owens, quasi esclusivamente poggiandosi, però, sulla Kofimania ancora diffusa (seppur forse in calo) e la grande capacità dei lottatori. Non sono le uniche cosa salvabili dell’Evento delle Valigette, anzi: come detto i due Ladder Match sono stati di buona fattura, con ottimi spot (specie quello maschile) e per larghi tratti divertenti; Rollins-Styles non si può dire un brutto incontro, così come il doppio impegno di Lynch, ma tutto questo non basta.

Non basta perché l’altra faccia della medaglia racconta di grandi scempi a fronte di piccole briciole di felicità. Non citiamo, per dignità, il fatto di aver creato una serie di segmenti così brutti e sciocchi da realizzare l’impossibile impresa di non far provare hype verso Rollins-Styles. Passando oltre, risulta antitetico che Lynch, dopo aver fatto la storia a WM e il mazzo a tutto il roster per mesi, finisca col perdere alla prima occasione una delle due Cinture. Il tutto a servizio – pare – della folle idea di una Charlotte Flair più vincente del padre il primo possibile. Come se la Regina non fosse benissimo in grado di raggiungere l’obiettivo in maniera coerente, grazie al personaggio, il carisma e le capacità in-ring che si ritrova. L’ennesima frenesia che porta all’ennesimo regalo intollerabile, arrivando all’ossimoro di un’atleta che sta lentamente diventando la John Cena o la Roman Reigns della categoria pur avendo forse più talento di entrambi messi insieme. Una scena che, con l’incasso di Bayley, fa il paio con un’altra frenesia e tira fuori un interrogativo Goggiano: che fretta c’era? Facendo finta che fosse impossibile immaginare di far incassare l’Abbracciatutti su The Man pur facendola rimanere face (davvero impossibile?), non si poteva posticipare la cosa di un mese e farla a Stomping Grounds? Sarebbe emerso lo stesso risultato, lo stesso effetto, ma avrebbe rovinato meno la narrazione di Becky2Belts, forse accresciuto meno l’antipatia verso Flair e almeno fatto aleggiare lo spettro della valigetta per qualche puntata settimanale. Invece per il secondo anno di fila la Women’s Division non beneficia dell’“effetto MITB”, come se quel fattore di costante allerta e potenziale sorpresa che solo il MITB Contract sa creare fosse inutile all’economia delle storyline al femminile. Una valigetta praticamente equiparata ad un match valido per il posto di #1 Contender da spendere la sera stessa, esautorando un concetto quasi fondante del MITB stesso. Un discorso molto simile quando arriviamo al MITB maschile: se da una parte i due Ladder Match escono con la sufficienza tecnica, non arrivano al 6 in due per creatività. Anche per gli uomini sembra infatti che sia stata appena emessa la condannata ad un anno in cui il sopraccitato effetto sarà latitante. Non si perda nemmeno tempo a cercare una motivazione per cui un wrestler debba auto-inserirsi o essere inserito in segreto in un incontro: sarebbe quasi fuori luogo chiedere una spiegazione dopo gli ingressi agli antipodi di Becky Lynch e Nia Jax alle Rumble di quest’anno. Ma anche al di là di questa violenza di senso: esattamente perché Brock Lesnar, che da quando è tornato in WWE ha sempre ottenuto i match che pretendeva, che ha pienamente i mezzi per prendersi ciò che vuole e che per giunta, in teoria, avrebbe ancora una clausola da ex campione da esercitare verso lo Universal Championship, dovrebbe voler vincere il MITB? E soprattutto perché dovrebbe volerlo fare e poi incassare, come sembra, programmando il match e non sfruttando l’effetto sorpresa? Esiste davvero qualcuno che ragionerebbe così? Non è credibile, non lo è per niente e per nessuno e non fa che esasperare.




E ci si ritrova ad aver perso il conto delle volte in cui si trova qui, alla fine di una maratona di wrestling con le pive nel sacco e quel senso di tradimento. Tutte le proteste sono prontamente ignorate, tutta la logica che una qualsiasi storia, dal più grande romanzo alla più semplice favola della buonanotte per bambini, dovrebbe avere, sistematicamente sacrificata all’altare del colpo di scena. Che sia esso causale, immotivato, rapsodico e totalmente estraneo al contesto non importa: basta che ci sia. L’arte dell’improvvisazione, senza l’arte ma con tutto il fumo e i brillantini che servono a coprire un trucco, anche se è uno di quelli che conosco già tutti. Per continuare a fingere che la colpa non sia interna, propria, auto-imputabile. Con la consapevolezza di non affondare, si fa l’ennesimo giro di strofa da violinisti del Titanic, fino al prossimo iceberg che sarà letale, appunto, soltanto per noia.




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