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PIPER'S PIT #29 - MESSICO, LUCHA E NUVOLE

by Roberto Vacca
 


Bentornati all’appuntamento mensile con il “Piper’s Pit” (“Hot Rod!” nei motori di ricerca veniva segnalato come pornografico, quindi sono dovuto correre ai ripari… meraviglie e misteri del web!) e, in questo caldo ferragostano, noi voliamo in Messico, quindi preparate un bicchiere di tequila, una bottiglia di Corona ed un sombrero, che si parte!




Reduce dalla visione di Triplemanìa XXVII (uno show davvero notevole, che ha visto la AAA collaborare in maniere molto interessante con la AEW e con Impact Wrestling) mi è venuta voglia di scrivere del perché in Messico la lucha libre sia un fenomeno così popolare a tutti i livelli d’età e di ceto sociale, tanto che ogni 21 settembre si festeggia il “Día Nacional de la Lucha Libre”.
Le origini di questa forma di intrattenimento vengono fatte risalire al 1863, quando tale Enrique Ugartechea sviluppò un tipo di lotta libera che differiva dalle regole canoniche della lotta greco-romana, mentre si ispirava al wrestling che si era sviluppato pochi anni primi nelle fiere del Regno Unito prima e degli Stati Uniti poi. Furono però gli uomini d’affari di origini italiane che, dai primi del Novecento, diedero continuità a questa forma artistica e sportiva, trasformando gli incontri in veri e propri happening che radunavano tutta la comunità del paese nel quale si svolgeva la riunione.
Nel 1933 il salto di qualità: l’imprenditore di origini texana Salvador Lutteroth Gonzàlez (riconosciuto come il padre della lucha libre) fondò il Consejo Mundial de Lucha Libre, nel quale si affrontavano sia lottatori statunitensi che messicani. Sempre allo stesso anno si deve la tradizione più popolare della lucha libre, vale a dire l’usanza da parte di molti lottatori di indossare maschere, che finiscono per caratterizzare totalmente i personaggi, dei quali spesso si ignora la stessa reale identità. Un luchador di nome El Ciclòn McKey, infatti, commissionò a Don Antonio Martinez una maschera da indossare nel suo successivo match. Il successo fu a dir poco immenso tanto da scatenare subito l’imitazione da parte di decine di altri lottatori. E, per la cronaca, il negozio di Martinez esiste ancora e si trova di fianco alla celebre Arena Mexico di Città del Messico.
Ma la figura che fece diventare la Lucha Libre un fenomeno così strettamente legato alla cultura messicana è sicuramente il luchador El Santo, attivo dal 1942. Negli anni ’50 e ’60 El Santo, anche grazie al boom della televisione, divenne una delle persone più popolari di tutto il Messico, benché praticamente nessuno ne conoscesse la vera identità, che svelò al pubblico solo poco prima della sua morte, avvenuta nel 1984. La sua caratteristica maschera d’argento venne sepolta con lui. Ancora adesso El Santo è talmente connesso con l’identità messicana che venne rappresentato anche nel film animato della Walt Disney “Coco”.
Un’altra particolare caratteristica dell’uso delle maschere è che molto spesso vengono tramandate di padre in figlio, o comunque all’interno della famiglia, tanto da assurgere un valore quasi mistico. A volte le maschere vengono messe in palio nelle cosiddette “Luchas de Apuestas”, quando il luchador sconfitto è costretto a smascherarsi ed a consegnare la propria maschera al rivale. Ovviamente questi incontri sono carichi di pathos e tensione, in quanto è la stessa identità del lottatore ad essere messa in gioco, visto che, se sconfitto, non potrà mai più indossarla. Infatti i puristi della tradizione non hanno mai perdonato a Rey Mysterio il fatto che, dopo aver perso la maschera in WCW, sia tornato a rimettersela in WWE come se nulla fosse.
Ma quindi a cosa è dovuta la popolarità della lucha libre, tanto da essere diventata lo sport più popolare del Messico, subito dopo il calcio? Credo che ciò possa essere ricondotto al fatto di aver preso uno sport di origini anglosassoni e di averlo adattato alla sensibilità locale, ai propri usi e costumi, ai propri valori ed alle proprie debolezze. Il Messico ha saputo inserire nella lucha libre le tradizioni ancestrali, il gusto del mistero ed il fascino per la morte, ma con un gusto spiccato per l’ironia e l’eccesso e per quell’eterno spirito fanciullesco, ben rappresentato nella maschera, che veicola il sogno e l’illusione di tutti di non invecchiare mai.
Appuntamento al mese prossimo. “I have wined and dined with kings and queens and I’ve slept in alleys and dined on pork and beans.”




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