WWE Planet #948 – Gattopardismo sfrenato

«Cambiare tutto per non cambiare niente» è forse la citazione più riconoscibile de “Il Gattopardo” di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, espressione limpida, quasi simbolo del gattopardismo. Si potrebbe persino dire che è la frase-manifesto della morale del romanzo, quella che in un colpo solo, in poche parole, ne racchiude pienamente il significato totale. Eppure è sbagliata.

Come tante citazioni, della cultura generale e di quella pop, la versione più diffusa della frase espressa da Tancredi è anche errata. Tancredi dice: «Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi». Il senso non cambia, le due frasi sono abbastanza equivalenti nel loro significato nonché, appunto, il modo di dire più efficace per rappresentare qualcosa che rincorre il cambiamento più snaturante semplicemente per rincorrere il malcelato obiettivo di restare i medesimi. Ed ecco che, se sembrava che arrivati a un terzo di editoriale non si parlasse di WWE, invece vi si è subito accesa la lampadina. Nessuno meglio della federazione di Stamford incarna il gattopardismo in questo momento. Anzi è quasi un meta testo, una federazione che sbaglia persino a citarsi. Il volto che mostra un prodotto cangiante, mutevole, persino convulso nel suo modificarsi in maniera netta e caotica; l’esito sempre il solito, un immobilismo granitico che non varia la più minima nota di monotonia. A incassi e hotshot, a finali confusi e altri completamente disarmanti, insomma di fronte a molteplici soluzioni diverse, la reazione è sempre la stessa: califanica e imperturbabile noia. Al massimo punteggiata da fastidio acuto, ormai costantemente presente. Ma poi noia.

A seguire la regola non sono solo i nuovi Campioni e i match in PPV, ma anche i risvolti programmati. Nel momento del rinnovo dei palinsesti televisivi, la WWE si presenta con molta carne al fuoco – probabile motivazione dietro alla completa apatia autoriale dietro Extreme Rules. Draft, King e Queen Of The Ring e Crown Jewel. Con i cambiamenti pronti a diventare protagonisti: dopo lo stravolgimento di NXT, ecco che si userà il Draft per rimescolare le carte, i tornei per pushare volti nuovi e il PPV in terra araba per dare svolte importanti alle storyline. Insomma un’enorme iniezione di nuovo, per respingere il pressing di chi concorrenza non è ma ha cominciato a parlare una lingua tutta nuova. E anche per rinverdire un prodotto che ormai, di verde, ha davvero poco. Peccato che il tutto sia e sarà fatto alla solita maniera, annullando il fattore di variazione: il prodotto sarà sempre lo stesso, rivolto sempre allo stesso target (in parte immaginario), senza la minima intenzione di pensare ad una innovazione. Non è una previsione, ma uno spoiler. O più semplicemente una facilissima profezia. Al di là del marketing e della facciata, della ciclicità annuale della televisione, non c’è niente che faccia pensare che la WWE voglia modificare il paradigma. L’importante è solo restare sé stessi, incoerentemente eppure linearmente sé stessi, a metà strada tra ostinazione e vocazione.

L’ennesimo passo falso che sarà deleterio fino ad un certo punto. Un danno ben lontano dall’essere grande abbastanza da innescare qualche moto rivoluzionario. Lampi a debita distanza di sicurezza, incapaci di smuovere la tranquillità di chi ha fatto del proprio auto-convincimento la sua roccaforte di comfort zone. Il non-senso al comando del significato, senza più fingere che la parola wrestling sia quella identificativa, ma riuscendo nell’incredibile impresa di non vedere che ora c’è qualcosa che riesce a rappresentarla. Così, fino al prossimo cambio di stagione.

Daniele La Spina
Una mattina ho visto The Undertaker lanciare Brock Lesnar contro la scenografia dello stage. Difficile non rimanere incollato. Per Tuttowrestling: SmackDown reporter, co-redattore del WWE Planet, co-presentatore del TW2Night!. Altrove telecronista di volley, calcio, pallacanestro, pallavolo e motori.
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