TW X-Clusive: La nostra zingarata a Riyadh per la WWE Royal Rumble 2026
“Michele, andiamo in Arabia Saudita a vedere la WWE Royal Rumble?” Detta così, sembrava uno scherzo. Ma Andrea Martinelli e Paolo Triscari erano serissimi. L’idea era di farci un volo meno lungo di quello per gli Usa, spendere di meno e vedere un Paese nuovo. “Beh, andiamo”.
“Il professore” Andrea Martinelli, “l’avvocato” Paolo Triscari” e “il mito” Michele M. Ippolito avrebbero, dunque, rappresentato Tuttowrestling in terra d’Arabia in occasione della WWE Royal Rumble 2026: la decisione era presa.
Prima cosa da fare: i biglietti aerei. Con Ita Airways, coincidenza per Roma e volo diretto per Ryadh, capitale saudita. Spesa dai 350 ai 450 euro a testa. Prendiamo, quindi, l’hotel. A Ryadh ci sono perlopiù hotel di lusso, noi optiamo per un Crowne Plaza: tre notti con colazione, circa 420 euro a testa. A quel punto bisogna prendere i biglietti per i due show previsti, Smackdown e la Royal Rumble. Grazie ad un colpo di fortuna ed alla bravura “da smanettone” dell’avvocato, ce li aggiudichiamo entrambi per 320 euro a testa. A quel punto bisogna fare visto obbligatorio ed assicurazione: 90 euro a testa. Già, andare a vedere la Rumble negli Usa ci sarebbe costato un occhio della testa, cinque giorni in Arabia Saudita ci costeranno, più o meno 1.500 euro: una spesa più o meno alla portata di chiunque lavori.
Dunque, si parte! Il 29 gennaio, appuntamento all’aeroporto di Roma, dove faccio una magnifica scoperta: l’avvocato Triscari può portare nella lounge un ospite. Dopo aver mangiato mezzo buffet (essendo gratis, era opportuno incamerare più energie possibile) mi sento pronto per affrontare il viaggio: saliamo in aereo e subito chiedo ad Andrea se il plaid ed il cuscino poggiatesta ce li possiamo portare con noi, il buon Martinelli fa un’espressione del tipo “cominciamo bene” e suggerisce di glissare. Cinque ore dopo, mettiamo piede a Riyadh! Arrivati a tarda sera, abbiamo fame, ma non ci sono problemi.
L’avvocato Triscari, infatti, non ha prenotato l’hotel in funzione della vicinanza al luoghi degli eventi, ai musei, ai luoghi culturali e neppure della metro, ma in funzione, esclusivamente, di un supermarket della catena Panda, che scopriamo essere aperto 24 ore su 24. A pochi passi c’è anche una sorta di KFC arabo, su cui ci fiondiamo senza ritegno pur essendo oltre la mezzanotte e da cui ci facciamo ben presto cacciare a causa dell’orario.
La mattina dopo, 30 gennaio, Andrea e Paolo compiono quello che si rivelerà essere il più grande errore delle loro vite, pronunciando la frase “Michele organizza tu l’itinerario”. Quello che non potevano immaginare è che io, quando sto in viaggio, sono capace di girare camminando anche 15 ore di fila, con ogni condizione metereologica. Decido, quindi, di portarli a vedere il Kingdom Center, un palazzone di 99 piani, ma fermandoci a distanza con la metro per vedere meglio il palazzo da lontano e per farci un giro in quella che definivano come una strada piena di negozi.
Due cose, però, non avevo considerato. La prima è che Riyadh è una città da dieci milioni di abitanti ed è veramente enorme. Da Google Maps non è facilmente comprensibile calcolare le distanze e dunque, sotto un sole che picchia manco fosse agosto in Sicilia, ci fermiamo ad una stazione della metro che si trova a mezz’ora a piedi dal palazzo. Secondo problema: il venerdì mattina in Arabia Saudita è tutto completamente chiuso perché i musulmani devono pregare. Per cui la scena è questa: tre italiani sovrappeso in t-shirt che camminano tutti sudati in una strada deserta verso una meta ignota, con due di loro che offendono ripetutamente il terzo. Dopo una lunga camminata che pare una marcia della morte, si arriva al Kingdom Center con la speranza di vedere la città dall’alto. Ovviamente è impossibile: anche l’accesso all’ascensore è chiuso.
A questo punto, l’avvocato Triscari prende la decisione più saggia della giornata: prendiamo un Uber. Consiglio di viaggio: se siete in Arabia e siete in tre o in quattro, prenotare un’auto su Uber sarà la scelta migliore: costa pochi euro a testa e vi porta dove volete. Nelle fermate della metro, infatti, rischiate pure di perdervi tanto sono mastodontiche.
Sempre per accontentarmi, si decide di andare a mangiare in un ristorante tipico, il Najd Village, dove ci aspetta Simone Canepa, che da alcuni anni vive a Riyadh per lavorare come preparatore atletico. Il mio obiettivo, già da molti mesi, è mangiare la carne di cammello. Ci portano una “combination”, cioè una serie di piatti, da mangiare con le mani, con cammello, pollo, agnello, riso, salse, pane fritto e pita. Si mangia seduti su dei tappeti, con i piedi, praticamente nei piatti. Ad Andrea inizia a pulsare la vena sul collo. Paolo ride. Io faccio finta di niente. Avanza metà della roba. Simone dice: portatevela in albergo, mangiate dopo. Andrea ormai ha lo sguardo iniettato di sangue. Rispondo: “No no, Simone, portatela tu”. Immagino si sarà nutrito per l’intera settimana seguente, tanta roba era avanzata. Io imparo una importante lezione di vita: la carne del cammello è stopposa.
Si torna velocemente in albergo e siamo pronti per Smackdown! La città è un cantiere, l’arena è stata costruita in 25 giorni in un posto inaccessibile a piedi se non si ha un’auto: una delle tantissime contraddizioni di Riyadh. Ovviamente non c’è un cartello che sia uno (altra lezione: Riyadh non è una città pensata per visitatori esterni), ma, in qualche modo, superiamo i varchi ed entriamo. Lo scenario è bellissimo, con attrazioni vicino alle quali fare foto tutte a tema WWE ed ampi spazi per mangiare, bere e… pregare. Sì, hanno costruito pure un’area di preghiera. Paese che vai, usanze che trovi…
Prendiamo posto nell’arena, che è bellissima. Vediamo seduti, di fronte a noi, gli ex calciatori del Milan Thero Hernandez ed Adli e salutiamo alcuni ragazzi italiani anche loro impegnati nella nostra stessa avventura, che riconosco facilmente dopo averli sentiti bestemmiare a distanza. Abbiamo posti sulla rampa, vicino la transenna e veniamo inquadrati più volte in mondovisione, in particolare quando Rey Fenix ci viene letteralmente addosso. (Foto di David Arno, rilanciata dallo stesso Rey Fenix sui social).
Iniziano subito a fioccare i messaggi degli amici da casa sui telefonini, mentre Luca Franchini e Michele Posa, in diretta, dicono a tutti di aver visto “alcuni fan italiani” che davano sostegno al lottatore messicano. Lo show dura, complessivamente, tre ore e mezza ed è assolutamente gradevole. Tornati in hotel a fine show con la metro, le gambe non ci reggono praticamente più e possiamo scegliere tra due alternative: ammazzarci di risate prendendoci in giro per quanto sembriamo tre disperati o piangere. Scegliamo la prima ipotesi. Arrivati in hotel, non possiamo che addormentarci immediatamente data la grande stanchezza.
Il giorno dopo Andrea e Paolo fanno il secondo più grande errore della loro vita, dicendo: “Michele, organizza la giornata, ma occhio che vogliamo camminare meno di ieri”. Per cui si va in visita ad uno dei luoghi simboli di Riyadh, il forte di Al Masmak. Molto bello da fuori, solo che è chiuso per lavori. Andiamo a vedere il vicino Suk per comprare qualche ricordino: molto bello, ma chiuso anche questo. Andiamo al mercato vicino, carino, ma tanta paccottiglia. Io, intanto, non riesco a trovare la strada e devo chiedere informazioni. C’è un simpatico gruppo di arabi che sta litigando, ma io non mi perdo d’animo: mentre Andrea e Paolo temono per la mia vita, mi getto nella mischia e domando quello che mi serve. Gli arabi smettono di litigare tra di loro, gentilmente mi rispondono ed appena saluto riprendono a litigare. Andrea crede di aver visto spuntare anche qualche coltello.
A quel punto ci giriamo e vediamo un ragazzo su una panchina che apre un cartoccio, da cui spuntano spaghetti e riso, che mangia bellamente con le mani. Paolo ne ha abbastanza e decidiamo di buttarci in un centro commerciale per rifocillarci, ma al suo interno non c’è un locale che venda cibo che sia uno. Disperati, torniamo in albergo, tra improperi ed ulteriori offese nei miei confronti.
Il pomeriggio ci si sposta al Boulevard, un’area di Riyadh costruita per sembrare la Times Square newyorchese. Tutto bello, ma molto posticcio. Lì c’è il WWE Experience, per il quale abbiamo preso i biglietti in Italia alla modica cifra di una decina di euro a testa. E’ veramente una esperienza da fare, tra maxischermi con i match storici, un vero ring WWE, la possibilità di vestirsi e fare l’ingresso da wrestler, videogiochi, un vero e proprio museo del wrestling ed un negozio. Una visita di un paio d’ore che vale la pena fare. Ovviamente la WWE non poteva fare il WWE Experience vicino all’arena, quindi ci dobbiamo rimettere in auto e tornare all’arena per vedere lo show per il quale siamo venuti a Riyadh: la Royal Rumble.
Sulla bellezza della location e dell’arena abbiamo detto. Nel preshow vediamo Pete Rosenberg pronto al collegamento in diretta in mondovisione. Ci piazziamo vicino a lui, scambiamo due chiacchiere e lui ci conferma di essere pronto a venire in Italia a fine maggio. Così, finiamo un’altra in diretta in uno show della WWE, che male non fa mai.
Sulla bellezza dello show c’è poco da dire: abbiamo posti in decima fila, vediamo da vicino tutti i lottatori, compreso l’attesissimo, da noi, Brock Lesnar. Ci aspettavamo anche Chris Jericho, restiamo malissimo quando il trentesimo entrante nella rissa reale è Gunther. Ci godiamo, con un po’ di tristezza, il ritiro di AJ Styles e però un po’ crediamo che Sami Zayn possa diventare il primo campione mondiale musulmano della storia della WWE. Lo show in sé è una rissa reale pure per noi, che iniziamo in decima fila e lo terminiamo in seconda dopo aver litigato con ospiti locali e personale della sicurezza.
Negli Usa, un posto in seconda fila avrebbe comportato almeno la vendita di un rene… Noi invece siamo vicinissimi agli atleti ed abbiamo tutti gli organi ancora al loro posto: è una grande soddisfazione. Lo show inizia alle 22 e termina oltre le due di notte, ma a causa del terribile traffico di Riyadh arriviamo in hotel solo alle 4. Possiamo solo andare subito a dormire, nonostante l’adrenalina notturna.
Il primo febbraio, ultimo giorno a Riyadh. Andrea e Paolo, memori delle precedenti esperienze, stabiliscono di comunicare unanimemente che il programma quotidiano lo decidono loro. Io protesto, vanamente. Verso mezzogiorno si va al centro commerciale più bello di Riyadh: secondo TripAdvisor si tratta della sesta attrazione più bella della capitale saudita e questo la dice lunga sulle cose che ci sono da fare o vedere in questa enorme città costruita al centro del deserto. Io non mi oppongo: ho appena scoperto che, anche oggi, tutti i principali luoghi di cultura della città, compreso il museo nazionale, sono desolatamente chiuse, a riprova che in Arabia Saudita dei turisti non gliene frega niente a nessuno.
Dopo un giro in questo bellissimo centro commerciale (e dopo altri 40 minuti di auto…), un lauto pasto in una catena di ristorazione australiana (ma non hanno carne di canguro) ed un giro tra negozi occidentali, ci rendiamo conto che siamo ai limiti del deserto e decidiamo di scattarci qualche foto. Almeno questo… Poi torniamo al Kingdom Center: essendosi ormai fatta sera, possiamo salire al novantanovesimo piano, con Andrea che sta male manco fossimo in mongolfiera e lì guardiamo dall’alto una città piena di luci, grattacieli, soldi e contraddizioni e finiamo il viaggio in piena pace con noi stessi, anche se siamo fisicamente distrutti: non siamo più i ragazzini di una volta avendo ormai abbondantemente superato i quarant’anni…
Ci rechiamo in aeroporto, risfruttiamo la lounge (grazie Andrea, grazie Paolo) anche se, ad un certo punto, io minaccio di non uscire perché iniziano a togliere la roba dai tavoli dicendo al cameriere “se non arriva altra roba, noi non ce ne andiamo”. Ma c’è da fare l’imbarco e saliamo sull’aereo… Chiedo ad Andrea se, stavolta, mi posso portare il plaid offerto dalla compagnia aerea a casa. Andrea non ha più le forze per opporsi ed alza agli occhi al cielo. Mi metto il plaid blu al collo e scendo dalla scaletta trionfante, manco avessi vinto la valigetta del Money in the Bank. Dopo qualche ora arriviamo a Roma e saccheggiamo un’altra lunge per la colazione (grazie Andrea, grazie Paolo), per poi salutarci, consapevoli di aver cementato, con questo viaggio, la nostra amicizia in nome del sacro wrestling!
Ed ora? Beh, ora c’è WrestleMania 2027 a Riyadh…
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