Piper’s Pit#133 – Hulk Hogan: Real American

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Bentornati ad un nuovo appuntamento con il Piper’s Pit! Oggi vi parlerò della serie Netflix in quattro puntate “Hulk Hogan: Real American”, uscita lo scorso 22 aprile.


NETFLIX

Da quando Netflix ha iniziato a trasmettere la WWE, ha cercato di attrarre non solo lo zoccolo duro dei fan, ma anche lo spettatore occasionale e, per fare ciò, ha iniziato a produrre dei documentari però decisamente interessanti anche per noi appassionati di vecchia data. Parliamo di “Mr. McMahon”, di “WWE: UnReal” (della cui seconda stagione me ne occuperò nel prossimo appuntamento) e, appunto, di “Hulk Hogan: Real American”, serie che, durante la sua realizzazione, ha visto la scomparsa dell’Immortale lo scorso 24 luglio.

La prima cosa che mi sento di dire è che, ancora una volta, Netflix ha fatto un ottimo lavoro, trattando l’argomento wrestling in generale ed Hulk Hogan in particolare con il massimo rispetto ed un’assoluta serietà. Partendo dal presupposto che Hogan lo conosca praticamente chiunque nel mondo, l’opera coglie nel segno risultando interessante anche per chi sappia già praticamente tutto di lui. Inoltre si muove bene senza voler essere una stantia esaltazione del personaggio né, però, cercare lo scandalo ad ogni costo. 

TERRY BOLLEA E HULK HOGAN

Al centro è sempre Hulk, nella cui lunga intervista appare proprio come ce lo ricordiamo e amiamo: un po’ dentro e un po’ fuori dal personaggio, tanto che, proprio come per Vince McMahon, non sappiamo dove finisca Terry Bollea e dove inizi Hulk Hogan. E probabilmente risiede anche qui l’immensa grandezza del personaggio, come ci ricorda nel documentario il grande regista tedesco ed appassionato di wrestling Werner Herzog, diventare un tutt’uno con la sua creazione. E poco ci importa se Hogan, come gli è accaduto spesso, si auto assolva praticamente su ogni cosa.

L’UOMO DIETRO IL PERSONAGGIO

Guardando le quattro puntate (“L’ascesa”, “Hulkamania”, “Hollywood Hogan” e “Hulk contro Terry”), dall’inizio della carriera alla morte, facciamo un viaggio anche nella nostra esistenza (almeno per quelli come me che hanno passato i 50 anni) e rimaniamo con tanta tristezza quando vediamo che Hulk ormai camminasse a fatica, anticipando di fatto ciò che gli sarebbe successo a breve. L’Hulkster ci racconta delle sue origini italiane, della morte del fratello maggiore a causa della droga, dei suoi successi e delle sue cadute, ma soprattutto vediamo un Hulk Hogan umano, quasi fragile una volta fuori dal ring. Un uomo che è diventato più grande di quanto potesse mai pensare, tanto da divenire sinonimo di wrestling stesso, perché, giusto sempre ricordarlo, senza di lui molto probabilmente nessuno di noi lo guarderebbe, tanto meno io ne starei scrivendo. Ovviamente non mancano le interviste a chi gli è stato vicino nella vita e sul ring e, tra i due estremi, Bret Hart (che ne dice peste e corna) e Jimmy Hart (il suo migliore amico per decenni), a dimostrazione che la storia di tutti noi possa cambiare a seconda della persona alla quale venga chiesto di raccontarla.

“I have wined and dined with kings and queens and I’ve slept in alleys and dined on pork and beans”.

Scritto da Roberto Johnny Bresso
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